“Ho bisogno di aria” è il nuovo album e il nuovo romanzo del cantautore Paolo Tocco

Ciao Paolo, ben trovato su Mondospettacolo: come mai l’idea di abbinare il tuo nuovo cd ad un romanzo, pubblicato da Lupi Editore ed entrambi dal titolo “Ho bisogno di aria”?

Ciao Ilaria e grazie mille del tempo e dello spazio che mi dedichi. Un grazie a tutta la redazione…

Dunque tutto questo ha un precedente come si dice in questi casi. L’idea l’ho sempre avuta fin dal mio esordio quasi 10 anni fa con il disco “Anime sotto il cappello”. L’idea di rappresentare un “esploso” dei messaggi che c’erano dietro alle singole canzoni che per forza di cosa devono concentrare tutto in pochi minuti. Poi io ho una scrittura assai figurativa e poco immediata, fatta di immagini e di sensazioni più che di riferimenti concreti. La mia prima pubblicazione è stata con il secondo disco “Il mio modo di ballare”, un libro di racconti – stessa copertina e stesso titolo anche quella – edito da Tabula Fati. Racconti, per ampliare e romanzare ogni singola canzone. A distanza di un anno, con un nuovo disco pregno di denuncia e di rabbia, ho pensato di fare la stessa cosa ma da subito mi sono accorto che, scrivendo di getto, mi veniva spontaneo non interrompere il singolo racconto ma di svilupparlo e di continuarlo. Quelli che dovevano essere capitoli a se, alla fine hanno dimostrato di avere tanti punti in comune. Quindi ho assecondato questa direzione, li ho uniti, ho limato alcune parti ed ampliato delle altre… il risultato è un racconto lungo, unico, un romanzo che nel linguaggio tradisce il romanticismo sfacciato delle canzoni ma mette a nudo la fragilità e la verità di quei retroscena che alla fine sono comuni a tanti di noi in un modo o nell’altro. Prendo in prestito alcuni riferimenti reali per inventare la storia cruda e volgare di personaggi e situazioni. Un vero omaggio a Bukowski e alla beat generation.

Quanto è grande il tuo bisogno di aria, in questo momento?

Bellissima domanda. Tanto. Tantissimo. Ho bisogno di cose nuove, persone, situazioni, emozioni e luoghi. Ho bisogno di stimoli diversi da quelli che conosco. Vorrei davvero andare a vivere altrove e con la fantasia faccio dei viaggi assurdi anche perchè tantissime cose che sento dentro non possono essere reali… la vita di tutti i giorni ha limiti e compromessi che in questo particolare momento rispetto, amo e accolgo, ma sarei falso e irrispettoso se dicessi che molte volte ho seria difficoltà in questa convivenza. Un momento di rivoluzione come in fondo la produzione e il suono di questo disco dimostrano ampiamente. Molte delle canzoni sono “reali”, riprese dal vivo e senza orpelli. Ho bisogno di tornare alla verità prima ancora di imparare a fare scena e spettacolo.

Il cantautore è, per definizione, uno scrittore, essendo la canzone, in effetti, un genere letterario: quali sono, a tuo avviso, le differenze tra scrivere un canzone e scrivere un romanzo?

Su questo punto non ho ancora maturato una posizione e un pensiero efficace. Sinceramente, d’istinto, trovo le due cose assai diverse e per tanti aspetti lontanissime. Come a dire che un fotografo e un pittore possano stare sullo stesso piano. Alla fine entrambi realizzano opere statiche, visive, immagini immobili. Ma il dialogo e la sintassi per forza di cose sono diverse. La diversità va rispettata in tutto e per tutto per celebrare il bello e l’essenza di quella precisa forma espressiva. Scrivere una canzone impone delle metriche, dei limiti, delle costrizioni di forma e di tempo. Le parole si giocano il significato ma anche il suono, la lunghezza, il momento in cui vengono poggiate all’interno di un periodo. In una scrittura romanzata hai meno vincoli di questo tipo e quindi puoi sagomare tutto con maggiore libertà e disimpegno. Di contro hai la difficoltà di reggere un dialogo, una descrizione, un messaggio: nella distesa di parole e di pagine ci metti poco a perdere il filo, l’intensità, la presa verso l’attenzione dei lettori. La confusione regna sovrana dietro l’angolo e devi scacciarla con un gioco tessile assai difficile da mantenere per tutta la lunghezza del racconto. Insomma sono per me due discipline assai lontane e differenti che non saprei proprio come paragonarle. Forse accosterei più la canzone alla poesia che ad un romanzo… ma ripeto, non sento di avere ancora la maturità per risponderti con sicurezza e competenza. Lascio fare all’istinto…

Le tue canzoni, come è nel tuo stile, affondano profondamente le loro radici nella realtà e nelle drammatiche attualità che viviamo, come il tema della immigrazione, quello della vita ai margini, della corruzione e della prostituzione: la musica, secondo te, può fare a meno della realtà?

Difficile. Ci sono tantissime canzoni e autori che narrano di fantasie e di irrealtà ma anche li di fondo il legame al vissuto quotidiano è inevitabile. Di sicuro la mia scrittura non può prescindere dal mio vissuto anche perchè sento addosso l’incapacità di rendere credibile una fantasia. Nello specifico credo sia molto difficile una simile impresa perchè comunque rendere credibile l’irrealtà significa confrontarla e misurarla a riferimenti che conosciamo, quindi alla vita quotidiana. Persino gli alieni di un film di fantascienza alla fine hanno strutture terrene. La vera espressione d’avanguardia degli anni ’70 forse è l’unico riferimento che su due piedi mi viene da fare pensando a cosa significhi davvero andare oltre la realtà. La mia canzone, per tornare allo specifico, descrive ciò che vedo attorno senza mai giudicarlo. Vi racconto il mio punto di vista e che sia un punto di vista semplice, privo di presunzione… non voglio e non so insegnare niente a nessuno. So per certo però cosa penso in merito a…

Arrivando alla riva” e “La città della camomilla” hanno anticipato l’uscita del tuo album: due brani intensi, profondamente calati, lo abbiamo detto, nei drammi che viviamo quotidianamente…

Decisamente. Il primo è un dipinto ricco di riferimenti e, purtroppo, di quotidianità. Quanti di noi hanno visto come me la tragedia degli sbarchi clandestini in tv e poi, dopo aver cullato un pensiero di condivisione, hanno continuato per la propria strada. Di certo mi si dirà che colpa ne abbiamo noi o cosa possiamo fare per… verissimo ed infatti non giudico qualcosa che per primo io metto in piazza. Diversamente lo descrivo: il paradosso di allacciare le scarpe nuove della festa mentre in tv si muore cercando di salvarsi la vita. Questo ho fatto, questo ho vissuto e questo vi racconto nella canzone. Così come descrivo il potere logorante di una cittadina di provincia come la mia e come tante altre, quelle dinamiche che metto in piazza facendo uso di cliché vecchi come il mondo. Si gioca a raccontare una verità che per quanto antica di generazioni – Pasolini è solo il primo riferimento artistico letterario che mi viene in mente da fare parlando di chi denunciava certi risvolti già anni e anni fa, il primo di una lunghissima serie diremmo poi – e nonostante ce ne lamentiamo tutti, tutti siamo complici, vittime e protagonisti del “malaffare”. Una splendida canzone di Vecchioni del ’72 dal titolo “Per tirare avanti” dice “E i ragazzi parlano, parlano parlano… sputano nel piatto ma se han fame poi ci mangiano”. Non sto scoprendo niente di nuovo in fondo…

Ho bisogno di aria” è il tuo terzo album, che arriva dopo “Il mio modo di ballare”, lavoro discografico che è stato, per te, motivo di tanti e prestigiosi riconoscimenti…

I riconoscimenti sono stati numerosi ma oggi in qualche modo, senza mancargli di rispetto e gratitudine, lasciano il tempo che trovano. Sono stato onorato e ho baciato in terra come si suol dire nel vedere il mio nome scritto a fianco a pilastri di tutti i tempi come De Gregori, Cote etc… purtroppo però questi riconoscimenti che un tempo costruivano le carriere e traducevano una classifica in crescita, sviluppo e “successo”, oggi sono traguardi puramente spirituali. Certamente importanti ma purtroppo inutili e fini a se stessi. Lavoro per anni nella discografia e ho avuto anche l’onore e il piacere di condividere il percorso con nomi che hanno raggiunto traguardi ben più importanti e di maggiore prestigio come Sanremo ma non vedo neanche in loro una grandissima rivoluzione di vita, professionale prima di tutto. Siamo tutti violentati da una mediaticità che oggi è più strumentalizzata che mai… si finisce ad aver credito solo se passi dai grandi circuiti di comunicazione e li ci finisci solo se rispetti e celebri mode commerciali e tendenze del nuovo marketing. Basta. Della cultura e del messaggio poetico possiamo bellamente fregarcene. Dunque celebro con estremo stupore e meraviglia e gratitudine ogni riconoscimento che raggiungo con merito e sudore, consapevole che a questo non segue altro che una bella pacca sulla spalla e una bellezza nel cuore per vivere meglio il giorno che arriva.

Progetti per il futuro, musicali e scrittorii, premesso che, come abbiamo detto, scrittura e musica si incontrano perfettamente, nell’arte del cantautore…

Adesso nello specifico voglio suonare dal vivo sempre facendo coincidere il mio pudore per questo mestiere (e qui dovremmo aprire una parentesi lunghissima), il tempo a disposizione e le risorse. Mi piacerebbe scrivere ancora, un altro romanzo… ho delle idee che premono alla pancia e presto dovrò assecondarle. Poi onestamente sono ansioso di capire quanto piaccia tutto questo nuovo lavoro che è appena nato… ho voglia di incontrare gli occhi della gente, le loro critiche e i loro complimenti. Spero, ma so che non sarà così, di trovare poca indifferenza. Ma anche questo è un ingrediente della torta…

Come facciamo a seguire ogni tua mossa artistica?

I social. Meledetti Social che tanto ci danno a noi musici e artisti degli anni zero. Non so ancora se odiare i social o ringraziarli. Sulle prime diremmo che mai un progetto come il mio e come tanti avrebbero modo di raggiungere le persone senza l’ausilio dei social. Questa preziosa intervista come ogni passaggio mediatico non avrebbe luogo se non ci fossero i social. Ma che non siano proprio i social la radice di questa enorme crisi spirituale, sociale e culturale che stiamo vivendo? Anche qui ti chiedo del tempo per maturare una risposta che sia utile alla causa. Quindi ti rispondo: i social. Paolo Tocco su FaceBook ha pagine e profili e fotografie e spazio utile per condividere tutte le pubblicazioni che usciranno. Poi ovviamente i canali tradizioni, quelli digitali, quelli di streaming e i negozi…

Siamo in chiusura, lascia un messaggio ai nostri lettori…

Spegniamo questa Santa Televisione tanto per citare “La città della camomilla”. Compriamo musica e libri, di tutti, che la liquidità porta solo quel senso di dispersione e di indifferenza. Riflettevo proprio su questo mesi fa, nel libro viene sviluppato in un certo modo, efficace e senza educazione di linguaggio. Quanta informazione abbiamo oggi? Un click per conoscere qualsiasi cosa. Ma quanto siamo ignoranti? Tantissimo. Io mi vergogno spesso e volentieri quando ho la fortuna di parlare con gli anziani della cultura. Abbiamo tanto ma non prendiamo niente. Inutile fare SI con la testa. Allora ti dico che sono fermamente convinto che questa è la vera ed unica rivoluzione che possiamo fare oggi per cambiare le cose. Smettere di dare potere e denaro ai grandi mezzi di informazione che ci stanno solo riempiendo la testa di immondizia per i loro biechi scopi di marketing. Ovviamente parlo della cultura ma oserei spingermi anche su altri piani. Io ho smesso da tempo, ho spento la televisione e ho ripreso a comprare libri e musica. Tempo. Sono tornato a restituire tempo alle cose che ho tra le mani. E’ un po’ come smettere di fumare. Ti senti bene, con te stesso prima e con gli altri poi… Ho bisogno di aria… nuova…