Hereditary – Le radici del male: Toni dell’orrore

In Hereditary – Le radici del male la candidata al premio Oscar Toni Collette è Annie, artista che, in procinto di mettere in mostra le sue opere in una galleria, elabora la propria rabbia attraverso l’arte e la creazione di una casa di bambole in miniatura che raffigurano le difficoltà e le sofferenze realmente vissute dalla sua famiglia, i Graham, fresca della morte della anziana Ellen.

Un tragico evento dopo cui comincia a scoprire una serie di oscuri e terrificanti segreti riguardanti proprio il nucleo in questione, costituito anche dal marito psichiatra Steve, interpretato da Gabriel Byrne, dal figlio adolescente Peter, adolescente allo sbando e fumatore di spinelli dalle fattezze dell’Alex Wolff di Boston: Caccia all’uomo, e la problematica figlia piccola Charlie, ovvero Milly Shapiro, i cui inquietanti connotati ricordano, in un certo senso, quelli del nano di A Venezia… un Dicembre rosso shocking.

Del resto, insieme a Suspense di Jack Clayton e Rosemary’s baby – Nastro rosso a New York, è proprio il classico della tensione firmato nel 1973 da Nicolas Roeg a rientrare tra le dichiarate fonti d’ispirazione del primo lungometraggio diretto da Ari Aster, incentrato come i suoi short sui rituali e i traumi familiari e che guarda anche a titoli estranei al filone horror quali i feroci drammi Gente comune di Robert Redford, Tempesta di ghiaccio di Ang Lee e In the bedroom di Todd Field.

Perché, come in quei casi, abbiamo una generazione di consanguinei impegnata a confrontarsi con la morte, le malattie mentali e la violenza psicologica nel corso delle oltre due ore di visione che, in un primo momento concentrate sui decisamente poco rosei rapporti che intercorrono tra i protagonisti, arrivano ad introdurre la tematica delle sedute spiritiche quando entra in scena la casalinga Joan alias Ann Dowd, anch’ella afflitta dal fatto che ha recentemente perso un parente.

Aspetto che riconferma l’elaborazione del lutto quale argomento principale dell’operazione, che, non priva di efficacemente raccapriccianti immagini come quella della testa mozzata ricoperta di formiche, si evolve lentamente sguazzando in mezzo ad apparizioni, sonnambulismo, incubi e dimensione paranormale.

Ma cosa è, precisamente, Hereditary – Le radici del male? Un film sulle possessioni demoniache? Una ghost story? Una storia di psicopatici che nascondono qualcosa?

Nulla di tutto questo o, forse, un po’ di tutti e tre, in quanto, al di là dell’ineccepibile confezione tecnica e della notevole professionalità del cast, nel tentativo di risultare originale non si rivela altro che un eccessivamente lungo e soltanto attratti coinvolgente frullato di stereotipi della paura in fotogrammi… oltretutto non privo di involontariamente comiche situazioni che sembrano già pronte per finire all’interno di uno dei tanti Scary movie.

 

 

Francesco Lomuscio