Recensione: La vedova Winchester, la casa di Helen

La leggenda vuole che Sarah Winchester, ereditiera della celebre industria delle armi, fosse convinta di essere perseguitata dalle anime uccise dai fucili dell’azienda di famiglia; tanto che, in seguito all’improvvisa morte di suo marito e della propria figlia, si era dedicata giorno e notte alla costruzione di un’enorme magione progettata per tenere a bada gli spiriti maligni a San Jose, in California.

Una storia realmente accaduta, a quanto pare, nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo e che Michael e Peter Spierig – autori, tra l’altro, dello zombie movie Undead e di Saw Legacy – decidono di raccontare sullo schermo calando la vincitrice del premio Oscar Helen Mirren nei panni della donna.

Donna per valutare il cui stato mentale viene inviato nella tenuta lo scettico psichiatra Eric Price, il quale, incarnato dal Jason Clarke di Apes revolution – Il pianeta delle scimmie, richiama sia nelle fattezze che nel cognome il mitico Vincent che fu, tra l’altro, interprete di diverse delle trasposizioni cinematografiche cormaniane degli scritti di Edgar Allan Poe.

Del resto, come già era avvenuto nel 2012 con la simile ghost story The woman in black, in cui l’ex Harry Potter Daniel Radcliffe vestì i panni di un avvocato vedovo impegnato a sbrigare nella Londra d’inizio Novecento i dettagli relativi all’eredità di una deceduta cliente del suo capo, è in maniera evidente all’horror vecchio stampo (anche se in questo caso sarebbe più giusto parlare di horror soprannaturale) che guarda la circa ora e quaranta di visione, comprensiva anche di un nero incatenato che sembra ricorda vagamente il nero Carrefour del classico degli anni Quaranta Ho camminato con uno zombi.

Quindi, mentre l’Angus Sampson della saga Insidious si aggiunge al buon cast, non è il sensazionalismo da effetto splatter a farla da padrone, bensì una lugubre atmosfera che, rafforzata dai toni cupi garantiti dalla fotografia di Ben Nott, accompagna il lento evolversi della vicenda, atta a sfruttare il genere per sfornare una riflessione sull’oggi ancor più attuale tematica dell’utilizzo delle armi da fuoco.

E, man mano che il mistero ruotante attorno all’intera situazione viene svelato fotogramma dopo fotogramma, sono, ovviamente, apparizioni improvvise di efficaci spettri dai connotati di morti viventi a far sì – complice l’immancabile ricorso al sonoro – che lo spettatore balzi quando necessario dalla poltrona durante l’evoluzione di un’operazione non eccelsa, ma caratterizzata da una buona confezione tecnica e rientrante, di sicuro, tra i titoli maggiormente apprezzabili della molto poco esaltante filmografia spierighiana… anche grazie ad un epilogo meno banale e prevedibile del solito.

Francesco Lomuscio