Parlami di Lucy: gli incubi di Antonia

L’allattamento al sangue posto come immagine di apertura trasmette un certo disturbante disagio, ma, in maniera evidente, tutt’altro vuole essere l’intento di quello che, nato con il titolo Occhi chiusi, rimarrà l’unico lungometraggio di finzione diretto dallo specialista in documentari e short Giuseppe Petitto, prematuramente scomparso nel 2015.

Perché, quasi esclusivamente ambientato in una isolata casa circondata da alberi e montagne, Parlami di Lucy non rientra affatto nella categoria filmica in cui troviamo determinati horror basati sull’impressionante effetto esplicito, bensì si rivela sofisticato dramma psicologico nel raccontare di una madre costretta ad affrontare una realtà oscura e indecifrabile con l’intenzione di salvare la sua bambina.

Madre cui concede anima e corpo una Antonia Liskova non nuova ad angosce da grande schermo, considerando che già nel 2014 aveva preso parte al claustrofobico thriller In the box di Giacomo Lesina; mentre la figlia, solitaria e problematica, possiede i connotati della esordiente Linda Mastrocola, altrettanto in parte nel trovarsi immersa in una vicenda che, pronta a tirare in ballo inquietanti sogni e oscure presenze che sembrano manifestarsi nei dintorni, vede quale terzo protagonista l’affascinante e più grande marito della donna, interpretato da Michael Neuenschwander.

E chissà se il fatto che il personaggio di quest’ultimo – colpevole in passato di tradimento e spesso lontano dalla famiglia per lavoro – si chiami Roman voglia essere un omaggio a Polanski, visto che risulta tutt’altro che difficile avvertire influenze da parte del cineasta polacco nel corso della oltre ora e venti di visione, caratterizzata da abbondanza di ombre e contrasti quasi espressionisti.

Del resto, senza alcun dubbio, è nelle cupe atmosfere garantite dalla fotografia di Davide”Piuma”Manca che risiede il maggiore pregio dell’operazione, manifestante il sapore di una favola nera immersa nella realtà e, se vogliamo, non priva neppure di un certo (retro)gusto bergmaniano.

Man mano che la efficace colonna sonora a firma di Teho Teardo accompagna verso la soluzione finale di un elaborato sicuramente non adatto a facili palati soprattutto a causa del so lentissimo svolgimento, ma che, tra traumi irrisolti e ricordi difficili da accettare, si mostra in grado di mantenere perenne la sensazione di inquietudine – ulteriormente complice la presenza di minacciosi corvi – all’interno di una chiara allegoria in fotogrammi riguardante la disgregazione familiare.

 

Francesco Lomuscio