Recensione: Auguri per la tua morte, ricomincio da slasher

Chiaramente derivata dal già classico Ricomincio da capo (1993) di Harold Ramis, l’idea della figura femminile che, tragicamente uccisa, si risveglia di continuo per rivivere di giorno in giorno la stessa situazione fino al momento dell’omicidio non è certo nuova nell’ambito dell’horror cinematografico, considerando che era stata sfruttata nei poco conosciuti Gruesome (2006) di Jeff e Josh Crook e Wake up and die (2011) di Miguel Urrutia.

Nel caso di Auguri per la tua morte, però, il discorso è leggermente diverso, in quanto, se da un lato la notissima commedia interpretata da Bill Murray viene addirittura verbalmente citata rivelandosi dichiarata fonte d’ispirazione, dall’altro è un evidente retrogusto da teen movie scolastico a stelle e strisce a caratterizzare la vicenda della studentessa Tree incarnata dalla Jessica Rothe di La La Land (2016).

Studentessa che, decisa ad utilizzare la propria bellezza per ottenere tutto ciò che vuole, viene eliminata nel giorno del suo compleanno da un misterioso individuo mascherato, per poi ritrovarsi nel letto di un ragazzo con cui ha probabilmente diviso l’avventura di una notte e finire nuovamente trucidata dall’ignoto omicida, dal look piuttosto simile a quello dello squarta-innamorati di Valentine – Appuntamento con la morte (2001) di Jamie Blanks.

Del resto, come quest’ultimo titolo rientra nel cosiddetto filone slasher, costituito da pellicole in cui si susseguono fantasiosi delitti ai danni di un gruppo di persone all’interno di uno spazio più o meno chiuso, il lungometraggio diretto da Christopher Landon – autore dei non disprezzabili Il segnato (2014) e Manuale scout per l’apocalisse zombie (2015) – ne rispolvera gli stilemi ricorrendo, appunto, allo stratagemma del loop temporale finalizzato a fornire l’immancabile allegoria in fotogrammi relativa alla necessità di cambiamento.

Quindi, sebbene – al di là di qualche cadavere occasionalmente aggiunto – la vittima sia in questo caso sempre la stessa, di volta in volta vengono cambiati sia il modus operandi dell’uccisione che l’ambiente in cui essa avviene, in modo da generare quell’immediato e liberatorio effetto catartico che, tutt’altro che legato alla sadica sofferenza da torture porn, accompagnò in particolar modo gli orrori su celluloide post-Venerdì 13 risalenti agli anni Ottanta.

Tra ricorso a fuoco, pistole e, ovviamente, immancabili coltelli; man mano che, senza dimenticare neppure uno spezzamento di osso del collo, si gioca discretamente coi cliché tipici del genere – dalla sequenza di tensione in garage alle apparizioni dell’assassino alle spalle alla maniera del Michael Myers halloweeniano e del Ghostface della serie Scream – riuscendo a regalare una non eccelsa ma godibile oltre ora e mezza di divertimento giovanile da brivido… fino all’inaspettato risvolto finale di una produzione Blumhouse fortunatamente distante dalle sue solite a base di abitazioni infestate e camera di ripresa impazzita da found footage.

Francesco Lomuscio