Recensione: Benedetta follia, lo famo in 4G!

Se nel 1995, ai tempi di Viaggi di nozze, l’attore e regista romano Carlo Verdone “lo faceva strano”, nel suo ventiseiesimo lungometraggio per il grande schermo sembra volerlo fare in 4G, come testimonia anche la divertentissima gag con telefono cellulare che, sulla falsariga della storica sequenza dell’orgasmo di Harry, ti presento Sally, lo vede in compagnia della ninfomane Adriana dalle fattezze di Francesca Manzini.

Ma è addirittura nel 1992 che apre Benedetta follia, prima di spostare l’azione a venticinque anni più tardi e mostrarci l’autore di Un sacco bello nei panni del Guglielmo che, proprietario di un negozio di articoli religiosi e alta moda per vescovi e cardinali, viene mollato proprio nel giorno del loro anniversario di matrimonio dalla moglie Lidia, ovvero Lucrezia Lante della Rovere.

Un uomo di specchiata virtù e fedina cristiana immacolata e la cui esistenza viene stravolta dal giorno che assume come commessa nella propria attività la sfrontatissima Luna, interpretata dalla Ilenia Pastorelli conquistatasi il David di Donatello grazie a Lo chiamavano Jeeg robot di Gabriele Mainetti, sceneggiato dagli stessi Nicola Guaglianone e Menotti che affiancano qui Verdone in fase di script.

Una Ilenia Pastorelli che si mostra capace di passare con spigliatezza dal dramma del suo personaggio premiato – pur mantenendone piccole necessarie sfumature – alla comicità di questa giovane precaria di periferia, dalla dialettica e la mimica che non tardano a rivelarsi perfette per i tipici caratteri romaneschi su cui Mr. Borotalco punta spesso l’obiettivo della sua macchina da presa.

Man mano che l’incontro-scontro tra i due protagonisti non si ferma esclusivamente sul piano sociale, ma tocca quello generazionale dal momento in cui lei convince lui ad iscriversi alla app più hot del momento, facendogli scoprire l’insidioso universo degli appuntamenti al buio per far sì che cancelli dai suoi pensieri la ex consorte.

Un universo che, tra una brevissima parentesi con la Raffaella incarnata da Paola Minaccioni e una serata trascorsa insieme alla grottescamente alcolizzata Letizia dal volto di Elisa Di Eusanio, contribuisce in maniera fondamentale a fornire buona parte delle non poche situazioni regala-risate nel corso della quasi ora e cinquanta di visione.

Quasi ora e cinquanta che, con inclusa nel cast Maria Pia Calzone nel ruolo dell’infermiera Ornella ed imprevisti a base di auricolari e correttori automatici di chat, non fatica a risultare – complice oltretutto un inaspettato risvolto finale – al servizio di uno dei più riusciti e coinvolgenti lavori verdoniani d’inizio terzo millennio, oscillante fin dall’avvio tra humour e spruzzata di sentimento, senza dimenticare una indispensabile colonna sonora a base di vecchie hit (si va da La stagione dell’amore di Franco Battiato a E la chiamano estate di Bruno Martino, passando per Splendido splendente di Donatella Rettore).

Sebbene si sarebbe potuta tranquillamente evitare la parentesi allucinogena in stile Il grande Lebowski, che sembra soltanto rappresentare una tanto ambiziosa quanto gratuita divagazione sperimentale, del tutto fuori luogo nell’ambito di un prodotto che rimane, in fin dei conti, una commedia popolare.

Francesco Lomuscio