Recensione: Blade runner 2049, tornano i caccia-replicanti

Morire per la giusta causa è la cosa più umana che possiamo fare?

A trentacinque anni dal Blade runner che – tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettroniche? di Phlip K. Dick – calò nel 1982 Harrison Ford nei panni dell’ex poliziotto Rick Deckard, impegnato a dare la caccia a quattro pericolosi prodotti robotici denominati replicanti nella Los Angeles del 2019, il regista Ridley Scott fa da produttore esecutivo ad una continuazione che annovera sì il ritorno dell’Indiana Jones del grande schermo, ma ponendo nel ruolo di protagonista Ryan”Drive”Gosling.

Perché, nuovo blade runner (cacciatore di replicanti) chiamato K, quest’ultimo si mette proprio alla ricerca di Deckard dopo aver scoperto un segreto sepolto da tempo e che ha il potenziale di far precipitare nel caos quello che è rimasto della società; mentre Ana de Armas concede anima e corpo alla sua migliore amica Joi e Sylvia Hoeks incarna Luv, la quale lavora per il creatore di replicanti Niander Wallace dalle fattezze di Jared Leto.

Un Niander Wallace la cui entrata in scena manifesta un certo (retro)gusto horror nel corso di un’operazione che, a seguito di uno scontro d’apertura con l’agricoltore di colture proteiche Sapper Morton alias Dave Bautista, si rivela non poco fedele al capostipite per quanto riguarda il look estetico generale.

Un look generale che, più di ogni altro aspetto, consentì sicuramente alla molto poco incalzante prima pellicola – in parte rivisitazione delle atmosfere dei noir, in parte degli stilemi del samurai movie – di guadagnarsi lo status di capolavoro nell’ambito del filone fantascientifico, tanto da influenzare visivamente un po’ tutte le successive produzioni analoghe, e di cui, di conseguenza, la fotografia di Roger Deakins provvede qui a ricreare i cupi toni da incubo futuristico.

Senza contare il lavoro svolto dal musicista Benjamin Wallfisch per non distaccarsi da quanto effettuato a suo tempo da Vangelis; man mano che il tutto, però, con incluso anche un bizzarro momento erotico, rischia di apparire più in qualità di reboot che di sequel; testimoniando ancora una volta la non molto confortante tendenza da parte della Hollywood d’inizio XXI secolo di riproporre con quasi totale assenza di originalità e fantasia mitici soggetti già portati sullo schermo in passato.

E, se la lentezza di narrazione che aveva caratterizzato il film scottiano rispecchia anche la maniera di raccontare in fotogrammi tipica del nuovo arrivato dietro la macchina da presa Denis Villeneuve (autore di Prisoners e Arrival, per intenderci), la poesia trapelante in quel primo caso sembra qui venire meno.

Rendendo ancor più difficile l’elaborazione di un giudizio complessivo nei confronti di un numero due che, complice anche la riproposta teatralità d’insieme ed il brevissimo ritorno del Gaff interpretato da Edward James Olmos, lascia probabilmente soddisfatti i fan storici… risultando, invece, eccessivamente tirato per le lunghe (siamo oltre le due ore e quaranta di durata) agli occhi di coloro che già considerarono sopravvalutato e soporifero il lungometraggio in cui Rutger Hauer fu memorabile villain.

Francesco Lomuscio