Recensione: Danse macabre, l’omaggio di Ildo Brizi al gotico

“Una storia dal sapore onirico, dove affiorano liturgie dissacranti che sembrano le carte di deliranti tarocchi”.

Al suo primo lungometraggio da regista, Ildo Brizi sintetizza con queste parole Danse macabre, che apre in un 1969 in bianco e nero mostrando un omicidio attuato da un individuo sfigurato, per poi spostarsi a quarantacinque anni più tardi e portarci a conoscenza, a colori, della Margherita interpretata da Guia Zapponi.

Una ragazza alla soglia dei trent’anni, quest’ultima, la cui esistenza viene stravolta dalla morte della nonna, a quanto pare lacerata dal desiderio di scoprire che fine fece la madre, giovane attrice degli anni Venti che scomparve durante le riprese di un film diretto da un folle regista.

Del resto, man mano che alcuni indizi portano all’emersione di un incendio verificatosi durante la prima di quell’opera e al quale sopravvissero soltanto due persone, non sono affatto connotati metacinematografici a caratterizzare parte della oltre ora e quaranta di visione che, sceneggiata dallo stesso Brizi insieme al tecnico degli effetti speciali Davide Riccardi, nasce come evoluzione di un soggetto concepito per un cortometraggio.

Oltre ora e quaranta che, con la protagonista destinata a finire progressivamente in preda a terrificanti visioni e il sacerdote suo confidente don Massimiliano alias Roberto Bobbio che contribuisce rivelandole diversi importanti retroscena, si evolve lentamente sguazzando in mezzo a immagini del Gesù crocifisso lacrimante sangue e l’apparizione di una misteriosa suora che sembra quasi uscita dall’universo waniano della saga The conjuring.

Sebbene, con un cast comprendente anche Mario Giustini e Julia Ivaldi, appare evidente che l’intenzione principale sia quella di omaggiare il gotico italiano su celluloide risalente agli anni Sessanta e Settanta, con rimandi al Lucio Fulci dell’horror e ai primi due capitoli della trilogia argentiana delle Tre madri, che pare siano richiamati anche nella colonna sonora a firma di Simone Giorgini e Aimone Gronchi.

E, con un vecchio caso di possessione tirato in ballo, è possibile scorgere anche una certa influenza dai prodotti di paura sfornati dalla Settima arte orientale d’inizio XXI secolo nel corso di un thriller a base di atipica ghost story che, definita dal suo autore “Una storia che lascia un senso immotivato ma persistente di indefinita inquietudine”, individua alcuni dei propri pregi nell’efficace montaggio di Brizi e Marco Paba e nella capacità di regalare a dovere raccapriccio quando necessario… lasciando in parte a desiderare soltanto per quanto riguarda l’altalenante direzione degli attori.

Francesco Lomuscio