Recensione: Black butterfly, Antonio Banderas e un misterioso ospite

Black butterfly

Antonio Banderas è uno scrittore in cerca di ispirazione che ospita in casa il gentile ma sconosciuto Jonathan Rhys Meyers nel discreto thriller Black butterfly.

In Black butterfly l’ex scrittore di successo Paul Lopez (Antonio Banderas), abbandonato dalla moglie e ormai alcolizzato, vive in una baita isolata in montagna dove spera di trovare l’ispirazione per la sceneggiatura che rilancerebbe la sua carriera. Paul è però bloccato e, deciso a vendere la baita, invita a pranzo fuori la bella agente immobiliare Laura (Piper Perabo); nel tragitto ha però un diverbio con un camionista che lo raggiunge fin nel locale, ma quando i toni si alzano interviene uno sconosciuto, Jack (Jonathan Rhys Meyers), che inaspettatamente salva Paul. Ritrovandoselo più tardi per strada a fare l’autostop, lo scrittore carica l’uomo (senza meta, essendo da poco uscito di prigione) invitandolo a pernottare nella sua baita, per ringraziarlo dell’aiuto. Ma il misterioso Jack si instaurerà in casa, guadagnandosi l’ospitalità pulendo, cucinando, aggiustando e spronando Paul a scrivere la sua storia. E mentre lo spaesato scrittore non si capacita di tutta questa disponibilità, l’ambiguo Jack gli propone come spunto narrativo proprio la loro conoscenza, mentre giunge notizia che alcune donne sono misteriosamente scomparse nella zona…

Un discreto remake

L’attore Brian Goodman, alla sua seconda regia dopo il buon crime Boston Streets (2008), dirige questo discreto thriller, remake del tv movie francese Papillon noir del 2008. Il film appartiene al classico filone dello sconosciuto accolto in casa che poi si rivela psicopatico, tema già più volte abusato nel cinema, ma comunque qui reso ancora interessante dagli sviluppi della trama. Infatti anche grazie ad una sorta di metafilm, con Jack che cerca di spronare Paul a trovare lo spunto vincente (e a smettere di bere) anche con metodi poco ortodossi come puntargli un coltello alla gola, la tensione si mantiene di buon livello e i 93 minuti del film scorrono in modo fluido e senza momenti di stanca. La progressiva discesa nell’incubo è ben strutturata, e anche se la direzione che prende la vicenda potrà apparire prevedibile, in realtà non lo sarà del tutto, con un buon finale a sorpresa e un controfinale più banale che instilla invece dei dubbi.

Antonio Banderas sugli Appennini

Buone le performance dei due attori: un Antonio Banderas alcolista e tormentato dai suoi fantasmi (anche se forse un po’ troppo caricato) riesce a far dimenticare la gallina Rosita e il Mulino Bianco, mentre l’ormai 40enne Jonathan Rhys Meyers (invecchiato non benissimo) è ottimamente a suo agio nel ruolo dell’ambiguo e disturbato sconosciuto. A supportarli, quasi come fosse un terzo personaggio, l’affascinante ed austera ambientazione montana della baita, circondata da splendidi paesaggi (il film è stato girato sugli Appennini tra Lazio e Abruzzo) spesso avvolti dalla nebbia, che rendono più incisiva l’idea dell’isolamento e dell’impossibilità di chiedere aiuto. Bella e brava l’ex ragazza del Coyote Ugly Piper Perabo, mentre ad inizio film c’è anche un cameo del regista Abel Ferrara. In definitiva un discreto thriller – niente di indimenticabile, sia chiaro – godibile e discretamente intrigante, per rifugiarsi in una fresca sala durante una di queste torride serate estive.

Black butterfly di Brian Goodman è in sala dal 13 luglio 2017, distribuito da Notorius Pictures.

Voto 6,5

di Ivan Zingariello