Recensione: IT, King of clowns

Da quel sempre più lontano 1986, anno in cui il Re dell’horror su carta Stephen King lo pose al centro del suo mastodontico best seller IT, il clownesco essere muta forma conosciuto come Pennywise non ha potuto fare a meno di incastonarsi nell’immaginario collettivo, al pari di noti personaggi dell’intrattenimento da paura, da Dracula al Jason Voorhees della serie Venerdì 13.

Non ha potuto fare a meno di incastonarvisi soprattutto dal momento in cui, quattro anni più tardi, il Tommy Lee Wallace regista di Ammazzavampiri 2 lo traferì nell’ambito del piccolo schermo tramite una mini-serie in due puntate che lo vide in possesso delle fattezze di un memorabile Tim Curry, destinato a sfoderare una prova quasi kruegeriana nell’improvvisarsi incarnazione delle paure di sette giovani del New England impegnati a difendersi da una combriccola di bulli.

Sette giovani che, con i volti di Jaeden Lieberher, Jeremy Ray Taylor, Sophia Lillis, Finn Wolfhard, Chosen Jacobs, Jack Dylan Grazer e Wyatt Oleff, tornano ad essere le sue prede nel corso degli oltre centotrenta minuti di visione cinematografica a firma dell’Andy Muschietti autore nel 2013 dell’horror La madre e che si propongono di ripercorrere soltanto quanto raccontato nella prima di quelle due parti che costituirono la trasposizione televisiva wallaciana.

Giovani che non appartengono più agli anni Cinquanta che fecero da sfondo al romanzo, bensì al 1988, oltretutto caratterizzati da un linguaggio maggiormente sboccato e irriverente rispetto a quello originario degli innocenti ragazzini alle prese con il percorso di crescita; tanto che, rimanendo sempre nell’ambito della filmografia derivata dal sopra menzionato scrittore del Maine, sembrano avvicinarsi più ai quattro protagonisti di Stand by me – Ricordo di un’estate di Rob Reiner che a quelli incarnati a suo tempo dal compianto Jonathan Brandis e compagni d’avventure consumate tra boschi e fogne.

Aspetto, quest’ultimo, che contribuisce, purtroppo, ad eliminare il forte retrogusto di poesia trasudante, invece, dal pur non totalmente riuscito film tv, cui giovò in maniera ulteriore una tanto inquietante quanto memorabile colonna sonora di Richard Bellis qui sostituita con irrilevanti – ad esclusione di cori infantili opportunamente inseriti – temi a firma di Benjamin Wallfisch.

Cosa rimane, di conseguenza, in sostanza?

Rimane un guardabile film dell’orrore che racchiude i suoi migliori momenti nella cruda e shockante uccisione del piccolo Georgie alias Jackson Robert Scott e nello scontro conclusivo, ma che si popola di un gruppetto i cui componenti non appaiono molto differenti, nello sviluppo, l’uno dall’altro (basterebbe paragonare il qui insignificante Richie a quello molto più buffonesco interpretato a suo tempo da Seth Green); terrorizzati da un Bill Skarsgård in tenuta da pagliaccio ridotto a ennesimo spauracchio da haunted house in fotogrammi d’inizio terzo millennio, del tutto lontano dalla ambigua figura di partenza che non aveva alcun bisogno di sghignazzare continuamente ed effettuare balzi improvvisi per generare spaventi.

Ennesimo spauracchio che la nuova Hollywood si accontenta di trasformare nell’ennesima macchina sforna-incassi da indirizzare al sempre più omologato pubblico under 18 che, dinanzi a pseudo-oniriche apparizioni zombesche e rossi palloncini svolazzanti, salta sulla poltrona terrorizzato e divertito; ma senza immaginare minimamente che non siano sufficienti i New kids on the block, un poster di Gremlins affisso in una camera e quello di Nightmare 5 – Il mito esposto in un cinema per rievocare la magia di quegli anni Ottanta che non furono soltanto accattivante estetica multicolore e sonorità pop, bensì un autentico stile di vita – disprezzabile o apprezzabile quanto volete – da american dream spesso riportato nei migliori lavori dello Steven Spielberg oggi sostituito – come pure il mito di IT – dalla fasulleria di produzioni costruite a tavolino quali il chiacchieratissimo telefilm Stranger things.

Francesco Lomuscio