Recensione: Sette Note In Nero, Lucio Fulci

Virginia, una bambina con poteri chiaroveggenti, un giorno mentre è in collegio a Firenze, ha una visione dove la madre si suicida gettandosi in acqua da un dirupo.

La madre morirà proprio in questo modo lo stesso giorno, suicidandosi nello stesso momento in cui la bambina ha avuto la sua visione, e ciò accadrà a Dover, in Inghilterra.

Toscana: diciotto anni dopo, Virginia è una giovane donna ed è sposata con Francesco Ducci, che si sta recando a Londra per un viaggio. Uscita dall’aeroporto, si dirige in auto e lì, ha una visione, proprio come le accadde da bambina: ciò che vede, è un macabro delitto commesso nel casale di campagna di suo marito. Qui, comincerà la sua strada verso l’investigazione, ma, ovviamente, verrà fatta passare per mitomane. Piano piano, la verità verrà fuori.

Gioiello puro del maestro nostrano Lucio Fulci, ”Sette note in nero” (The Psychic) è considerato uno dei suoi capolavori, nonché il suo giallo più completo e riuscito. Usciva nel lontano 1977 e per quei tempi, appariva già superiore alle pellicole di quegli anni, perché era già avanti, perché Fulci lo era.

Fulci è sempre stato un maestro di genere e con questo film, tale ruolo viene appunto ribattezzato: ”Sette Note In Nero” è, obiettivamente e soggettivamente, tra i migliori giallo/thriller del decennio italico.

Nato soggetto di Fulci, Roberto Gianviti e Dardano Sacchetti, resta tra le migliori mai scritte di quest’ultimo, celebre in Italia per aver collaborato alla sceneggiatura dei grandi capolavori del giallo/thriller e dell’horror, per nomi celebri come Fulci (come è già stato riportato), Dario Argento, Umberto Lenzi, Mario Bava, Stelvio Massi, Michele Soavi, Sergio Martino e Lamberto Bava.

Fulci con quest’opera riesce a toccare uno degli apici massimi della sua importantissima e prolifica carriera. Questo è un prodotto artigianale con una bassa dose di effetti splatter, ma giusta e di qualità, inerente al contesto e al genere scelto; un film capace ancora oggi, dopo quasi quarant’anni, di mettere inquietudine allo spettatore, grazie alle sue atmosfere sinistre, terrificanti e disturbanti, come solo Fulci riusciva a fare, con poco e con classe da vendere, seppur spesso con molta semplicità.

Difatti, bastava il giusto alone, gli zoom agli sguardi degli attori che esprimevano le emozioni più pure, il terrore vero, per infondere agli spettatori una sensazione di angoscia quasi fallace, ma in realtà più che reale.

L’incipit in cui la madre di Virginia, Elizabeth Turner, cade dal dirupo e sbatte la testa, ricorda l’excipit di ”Non si sevizia un paperino”, altra opera immensa di Fulci, un thriller con uno dei finali più originali della sua filmografia.

Fulci qui ci dona la moda dello sviluppo a-temporale, in un prodotto efficace, con uno splendido meccanismo a incastro, perfetto.

”Sette note in nero” è un miscuglio di arte visiva, grazie alle tinte calde e orrifiche, (da notare quel rosso/magenta sempre in primo piano durante le visioni… il rosso del sangue, delle pareti), con una fotografia interessante di Sergio Salvati e riprese ravvicinate impeccabili, che ricordano tanto il cinema del regista e le tanto famose del buon vecchio Mario Bava.

Lucio Fulci abbonda qui sui primissimi piani e gli occhi di Jennifer O’Neill, bellissima, appropriata e talentuosa nei panni della protagonista (che è tormentata dal suo stesso dono), vengono messi costantemente in risalto.

La sceneggiatura inizialmente doveva essere l’adattamento del romanzo ”Terapia mortale”, ma successivamente divenne quel che poi venne realizzato nel ’77. Sulla scia di ”Profondo Rosso”, (possiamo dire che Argento e Fulci, che non sono mai stati felicemente colleghi, abbiano attinto l’uno dall’altro su alcuni aspetti, in quell’epoca), ”Testimone Oculare” (episodio de ”La porta sul buio” di Argento) ma con riferimenti al paranormale, la pellicola è ispirata a ”Il gatto nero” di Edgar Allan Poe (Fulci girò proprio un film che si intitola ”Black cat”, vagamente rassomigliante al racconto di Poe), ed è un chiaro omaggio a uno dei maggiori esponenti del romanzo gotico horror.

La colonna sonora, di Franco Bixio, Vince Tampera e del grande maestro Fabio Frizzi (”Zombi 2”, ”L’aldilà”, ”Paura nella città dei morti viventi”, ”Quella villa accanto al cimitero”) è forse la più bella tra quelle composte con Fulci, subito dopo a ”Paura nella città dei morti viventi” che con ”Apoteosi del mistero” è riuscito ad arrivare ai livelli dei Goblin, perché Frizzi e Fulci erano, per così dire, come Simonetti e Argento: un connubio di magnificenza registica e musicale.

Una colonna sonora del genere, non è facilmente dimenticabile: quelle sette note, quelle famosissime e inquietanti sette note del carillion… si insidiano nella mente, ti avvertono che il pericolo è vicino e ti staranno accanto, nella testa, per tutto il tempo… per tutta la durata della tortura.

Con questa pellicola, Fulci si butta nel giallo vero e proprio e sfocia in tinte horror e thriller, avventurandosi nella parapsicologia.

Questo prodotto è un giallo avvincente, distorto, ricco di tensione e di momenti ansiogeni, con un prologo drammatico e un excipit hitchcockiano e con una sceneggiatura e un cast incisivi e solidi. 

Il pregio di questa realizzazione, è la capacità del regista di riuscire a incutere timore, di sorprendere, di creare una tensione allucinogena, di stupire nel vero senso della parola grazie a solo poche noti musicali, a riprese a effetto di zoom facciali e qualche sangue qua e là.

Ed è questo, che rende ”Sette Note In Nero”, il miglior giallo di Lucio Fulci, il migliore degli anni ’70 e di tutto il filone di genere.

Ed è proprio per questo, che non verrà mai dimenticato.