Recensione: Suburbicon, un affresco a tinte cupe della società americana

È con una commedia nera che, a tre anni dalla sua ultima fatica registica Monuments Men, George Clooney torna dietro la macchina da presa.

Suburbicon è una cittadina americana immaginaria, un piccolo sobborgo felice dove la vita di famiglie di bianchi borghesi scorre apparentemente indisturbata e lontana dalle inquietudini del mondo esterno. Ma la venatura luccicante che protegge questo universo idilliaco è destinata a mostrare le sue crepe in maniera inesorabilmente cupa, quanto una famiglia di afroamericani, i Meyers, si trasferisce in città. Un evento che, tra assalti razzisti e staccionate che si alzano, distrae i gretti cittadini bianchi da una carneficina familiare a tinte ben più fosche che si consuma nella villetta accanto, dimora di Gardner Lodge (Matt Damon), di suo figlio Nicky (Noah Jupe), della moglie Nancy (Julianne Moore) e di sua cognata Margaret (ancora Juliane Moore).

Ripescando un vecchio copione di Joel ed Ethan Coen, Clooney trasforma la storia di una comunità americana degli anni Cinquanta in un inquietante e dissacrante affresco dell’America di Trump, a cominciare dalla sua più ferma istituzione: la famiglia. Gardner è un inetto, inadatto a ricoprire il ruolo di padre e marito. Vittima della causalità, pagherà a caro prezzo la propria incapacità. Margaret vuole a tutti i costi vestire i panni della mammina e compagna perfetta, ma non batte ciglio all’idea di sporcarsi le mani di sangue. Nancy è forse una brava moglie e madre, ma, per questo, non c’è posto per lei nella famiglia Lodge.

In una Suburbicon dove niente è come vuole apparire e tutto è il contrario di ciò che sembra, i Lodge e, con loro, gli avidi cittadini, sono i veri ‘uomini neri’, stereotipo di omuncoli che vorrebbero essere perfetti, ma che non fanno che annaspare, in stile coeniano, nella propria inadeguatezza. L’unico baluardo residuo di onestà e dignità è incarnato, a dispetto, dalla famiglia degli outsider afro-americani e dal piccolo e puro Nicky che, da loro, impara la lezione: non cedere di fronte agli eventi, adattarsi e resistere al cambiamento assorbendo gli urti dettati dalle circostanze.

Viaggiando su un binario doppio che vede intrecciarsi la vicenda dei Meyers e quella dei Lodge, la società bianca e quella nera, il mondo dell’apparire e quello reale, Clooney sfrutta ogni tassello della trama per farne l’espressione di un giudizio dal sapore fortemente politico sull’attuale società americana, di cui restituisce un ritratto finemente cinico e sprezzante.

Passando per noir, commedia e thriller, si costruisce una storia riuscita e poliedrica, in cui disumanità e momenti di paradossale comicità coesistono senza mai stridere. Una pellicola che, in centocinque minuti, è capace di fare uscire dalla sala provando quel senso di tremenda inquietudine che aleggia a Suburbicon.

Valeria Gaetano