Tris di Terry Gilliam in un cofanetto blu-ray da collezione

Artista dalla carriera poliedrica, prima comico dalla genialità innata al cospetto di un gruppo mitico come quello dei Monthy Python, poi regista altrettanto ingegnoso amato da più fronti, Terry Gilliam è un autore che, col tempo, ha saputo crearsi il proprio seguito, contornandosi di giusta gloria e fama di autore dai metodi perfezionisti, il più delle volte senza avere facile arbitrio nelle scelte produttive.
Autore di affascinanti opere caratterizzate da una visionarietà unica e sempre dispensatrici di uno spettacolo infantilmente adulto, viene omaggiato da CG Entertainment (www.cgentertainment.it) attraverso un cofanetto blu-ray contenente tre suoi magnifici titoli: Le avventure del Barone di Münchausen, Paura e delirio a Las Vegas e The Zero Theorem – Tutto è vanità.

 

Le avventure del Barone di Münchausen (1988)

Dopo aver riscosso un notevole successo grazie a un’opera fondamentale come Brazil, trascrizione filmica nel senso gilliamiano del termine di 1984 scritto da George Orwell, il buon Terry ha pensato di avventurarsi in un’assurdità su celluloide come questa tratta dagli scritti di Rudolf Erich Raspe, andando incontro ad un progetto di non facile presa a livello produttivo.
Questo kolossal dalle fastose scenografie e dagli ammalianti costumi narra le vicende fantasiose del Barone del titolo, interpretato per l’occasione da John Neville, il quale, durante una rappresentazione teatrale spagnola delle sue innumerevoli gesta, decide di irrompere sul palco per raccontare come veramente sono andate le cose.
Ma la guerra civile incombe e la distruzione del posto a suon di cannoni spinge l’assurdo avventuriero a partire per una nuova traversata, portando con sé la piccola Sally (Sarah Polley), la quale finisce per essere testimone di un viaggio dalla luna fino alle profondità del mare, scoprendo quanto magico sia il mondo che circonda il Barone di Munchausen.
Un lungometraggio che aggiunge alla prodigiosa visionarietà di Gilliam un ulteriore tassello capace di mostrare tutta la sua iperbole autoriale, sfornando un fantasy adulto come già ci aveva abituati in passato (pensate a I banditi del tempo, per intenderci).

Concepito con maestranze maggiormente italiane (fotografia di Giuseppe Rotunno, scenografie di Dante Ferretti, costumi Gabriella Pescucci, Michele Soavi regista della seconda unità), un kolossal che ancora oggi ammalia grazie alla sua sincerità immaginifica, trasportando lo spettatore nel mezzo di incredibili momenti ottimamente realizzati (il film fu insignito di quattro nomination agli Oscar per le scenografie, i costumi, il trucco e gli effetti speciali).
E con un cast irripetibile, in quanto, oltre ai citati Neville e Polley, abbiamo Robin Williams, Uma Thurman, Eric Idle, Valentina Cortese, Jonathan Pryce, Oliver Reed e Sting.
Il trailer cinematografico fa da extra al disco.

 

Paura e delirio a Las Vegas (1998)

Stavolta la fonte d’ispirazione sono gli scritti dell’autore Hunter S. Thompson, i cui viaggi psichedelici sembrano rappresentare per il regista di Brazil un’occasione per poter sfoggiare appieno un nuovo livello della sua creatività dietro la macchina da presa.
Ad aiutarlo in questa operazione la presenza di una superstar del calibro di Johnny Depp nei panni di protagonista, parecchio lontano dallo Jack Sparrow che sarebbe poi arrivato nella sua carriera e che si cimenta qui rivelando un sicuro talento mimico, riprendendo nel look, alla perfezione, i connotati di Thompson.
Qui Depp è il giornalista Raoul Duke, uomo che vive l’America degli anni Settanta dominata da Richard Nixon, intento a voler intraprendere un lungo viaggio verso Las Vegas con un grande carico di droghe e alcool da abusare, giusto per andare controcorrente a ciò che il suo paese allo sbando esige con troppa autorità.
Ad accompagnarlo in questa allucinante traversia c’è l’avvocato Dr. Gonzo, interpretato da un camaleontico Benicio Del Toro, e, insieme, arrivano all’agognata meta fatta innanzitutto di visioni e mondi immaginari.
Probabilmente a causa del successo riscosso nel 1996 da Trainspotting di Danny Boyle, per Gilliam era arrivato allora il momento di aprire un discorso diretto sull’utilizzo delle droghe, e, ovviamente, lo ha fatto in questo caso con un occhio altamente ironico, intenzionato a rendersi partecipe di un lungo trip che dia sfogo alla sua creatività registica, sempre in cerca di ottime soluzioni visive e, qui, anche di una scelta musicale indimenticabile (nella colonna sonora pezzi di Yardbirds, Jefferson Ariplane, Bob Dylan e Rolling stones).
Tra enormi lucertole e distorsioni visive, una pellicola che ci mostra quanto l’immaginario di Gilliam sia capace di andare ben oltre, se coadiuvata da spunti azzeccati (e l’allucinato viaggio di Thompson/Duke è, a dimostrazione, un’occasione più unica che rara).
Chiaramente, poi, di grande supporto è la presenza di un Depp mai così divertente e divertito, come pure il suo comprimario Del Toro, entrambi circondati da altri volti come quelli di Cameron Diaz, Tobey Maguire, Gary Busey, Christina Ricci, Harry Dean Stanton ed Ellen Barkin.

 

The Zero theorem – Tutto è vanità (2013)

A differenza di Brazil, tramite cui Gilliam intendeva dipingere negli anni Ottanta l’immagine del mondo in cui pensava stesse vivendo all’epoca, con questa oltre ora e quaranta di visione tenta di offrire uno sguardo sulla Terra dove pensa di vivere ora.

E, tirando in ballo un mondo orwelliano e futuristico dove l’umanità è controllata dal potere delle corporazioni e da “uomini videocamera” che rispondono ad una losca figura nota solo con il nome di Management, lo fa calando il due volte vincitore del premio Oscar Christoph Waltz nei panni dell’eccentrico, solitario e afflitto da angoscia esistenziale Qohen Leth, genio informatico che vive recluso all’interno di una ex cappella distrutta dalle fiamme, parla di se stesso al plurale e lavora da tempo sul misterioso progetto del titolo, volto a scoprire il senso della vita (qualora ne esista uno).

Al servizio di un’operazione colorata e bizzarra come di consueto, che, oltre ad includere nel cast Matt Damon e Tilda Swinton, favorisce presto l’entrata in scena della sensuale e vistosa Bainsley cui concede anima e corpo Mélanie Thierry e del Bob interpretato da Lucas Hedges, adolescente prodigio in possesso di un’invenzione che consente a Leth di affrontare un viaggio all’interno delle dimensioni nascoste della sua anima, dove si nascondono le risposte che lui e Management stanno ricercando per provare o confutare il Teorema Zero.
Man mano che il tutto si evolve assurdamente tra dialoghi riguardanti il paradosso, escursioni mentali e, addirittura, deliri erotici, lasciando intuire uno schieramento in favore delle concrete emozioni contro quelle fasulle diffuse dal progresso tecnologico.
Un booklet incluso nella confezione e diciotto minuti di dietro le quinte quale contenuto apeciale arricchiscono il disco.

 

Mirko Lomuscio