Dopo l’universo ricreato nel 2025 da Danny Boyle e Alex Garland in 28 anni dopo l’umanità è sempre più devastata e divisa dal propagarsi del virus della rabbia, vivendo costantemente nel terrore degli infetti.
Adesso, però, è chiamata ad un confronto più crudele e pericoloso: quello con sé stessa. Queste sono le premesse di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, diretto da Nia DaCosta, regista che ricordiamo soprattutto per il sequel/reboot di Candyman e per The Marvels, legato al Marvel Cinematic Universe.

Interpretato da Ralph Fiennes, il dottor Kelson si trova a confronto con la variante più pericolosa del virus della rabbia, ovvero con un “Alpha”, in una relazione sconvolgente che potrebbe avere degli esiti eccezionali, in grado di cambiare il destino di un mondo in rovina. L’incontro con il giovane Spike alias Alfie Williams e con i discepoli di Jimmy Crystal, incarnato da Jack O’Connel, si materializza in una discesa negli inferi dai connotati di un incubo crudele e spietato. Gli infetti in questo scenario sono probabilmente la componente di rischio meno pericolosa rispetto alla disumanità dei sopravvissuti. Dopo il citato e poco esaltante Candyman Nia DaCosta ci riprova con questo nuovo capitolo di 28 anni dopo ponendo l’attenzione sulle deliranti e crudeli azioni di giovanissimi che uccidono e depredano gli altri sopravvissuti, agli ordini del loro capo carismatico Jimmy Crystal. Egli sostiene di essere il figlio di Satana e indossa una collana tutta d’oro con un crocifisso capovolto. L’universo è cinico, violento e privo di qualsiasi spiraglio di luce, i giovani rievocano tristemente le gesta delle baby gang che oggi infestano le metropoli, salendo alla ribalta delle cronache dell’attualità. Al contempo, il terrore in 28 anni dopo – Il tempio delle ossa non deriva dagli infetti ma da una minaccia molto più pericolosa: gli esseri umani fisicamente integri, ma dall’animo corrotto.

La dimensione in cui si viene calati è quella delle campagne sperdute dell’Inghilterra rurale, remota e insidiosa. L’atmosfera da incubo coinvolge lo spettatore in maniera assai efficace, poiché le azioni crudeli compiute da questi ragazzini sono così malvagie da cancellare ogni speranza. I fatti evocano suggestioni con Arancia meccanica di Stanley Kubrick, nonché con Them – Loro sono là fuori di David Moreau e Xavier Palud. La visione d’insieme è cupa e terrificante, se non fosse per la figura emblematica del dottor Kelson, medico e saggio che vive in un mondo in cui la percezione del tempo viene scardinata. Si potrebbe citare l’Amleto di Shakespeare rammentando la frase “The time is out of joint” per esprimere un tempo fuori di sesto. In questo contesto il personaggio di Ralph Fiennes diviene allegoricamente la figura centrale, un redivivo Amleto che in qualche modo deve porre rimedio alle sorti dell’umanità in un tempo di grande incertezza e pericolo. Personaggio davvero peculiare, nostalgico degli anni Ottanta e cultore della musica pop dell’epoca, con una venerazione per i Duran Duran e del loro leader Simon Le Bon, di cui un poster in bianco e nero fa bella mostra su una parete del suo bunker. A tal proposito, risaltano le canzoni del gruppo tra le quali Rio e la bellissima Ordinary World .

Da segnalare, tra le sequenze maggiormente iconiche di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, una danza notturna del dottor Kelson in mezzo ai teschi illuminati dai falò al ritmo di The number of the beast degli Iron Maiden e il claustrofobico momento in cui l’infetto “Alpha” si scontra all’interno di un pullman abbandonato con una mezza dozzina di altri contagiati. I rimandi alle cronache invece non finiscono, si fanno notare infatti le parrucche biondo platino che i discepoli del sedicente figlio di Satana sono costretti a indossare. Balza agli occhi che il particolarissimo taglio di queste “criniere” evoca una delle storie più inquietanti del Regno Unito: quella che riguarda Jimmy Savile, disc jockey, conduttore radiofonico e televisivo britannico, ma invero uno dei predatori sessuali più terrificanti di tutta l’Inghilterra. Dopo la sua morte avvenuta nel 2011 si è infatti venuti a conoscenza del fatto che abusava di bambini e adulti di entrambi i sessi usando la sua fama, il suo carisma e il suo impegno legato alle opere di beneficenza, seducendo e manipolando gli individui più fragili. Jimmy Savile vestiva con tute sgargianti e gioielli in oro pacchiani, proprio come il capo della setta, che aveva inoltre ribattezzato tutti i suoi adepti proprio col nome di Jimmy. Le cronache riguardanti il “mostro”, quindi, potrebbero essere state riprese da Nia DaCosta come spunto allegorico per caratterizzare invece il rapporto tra Jimmy Crystal e i discepoli, non a caso tutti giovanissimi. Per quanto concerne gli orridi e spaventosi crimini commessi da Savile, tra l’altro, Netflix gli ha dedicato un documentario in due episodi.
