3 / 19: la geografia emozionale di Silvio Soldini

Secondo Woody Allen in Crimini e misfatti cuore e cervello non si danno neanche del “tu”. Il regista meneghino Silvio Soldini prova a dimostrare il contrario con 3/19.

La geografia emozionale resta il suo pallino preferito per conferire alla città natìa, eletta ad attante narrativo, lo spessore dei personaggi in carne ed ossa. Eppure Soldini nei film maggiormente ispirati, in virtù dell’idonea levità della fiaba moderna ed eterna, da Pane e tulipani ad Agata e la tempesta, ha voluto spostare i teatri a cielo aperto, al servizio degli slanci malincomici, a Venezia, in Emilia Romagna, nella Liguria. Mentre Milano continua a suggerire trame meste. A tema, come Un’anima divisa in due e Cosa voglio di più, che lanciano un messaggio sociale. Profondo in apparenza. Superficiale in sostanza.

A Woody Allen succede l’opposto: quando gira a Manhattan, l’umorismo, la capacità analitica, il senso di appartenenza vanno in profondità; nelle trasferte a Barcellona, Londra e Roma restano in superficie. Il proposito sin dalla fase ex ante della sceneggiatura, redatta insieme a Davide Lantieri e all’inseparabile Doriana Leondeff, artefice del passaggio dal rapporto dell’ambiente con l’alienazione d’antoniana memoria ad atmosfere eterogenee ed estranee all’impasse delle elucubrazioni, appare quello di coniugare l’elaborazione del lutto alla scoperta di territori dell’anima dapprincipio sconosciuti. Negletti. Se non respinti. Allontanati. In nome dell’egemonia della materia sullo spirito. Il riscatto perciò per l’avvocato contrattuale Camilla (Kasia Smutniak) consiste nel riuscire ad anteporre, al termine del percorso incentrato sulla scoperta dell’alterità, i vincoli di sangue e di suolo alle mire carrieristiche. Ragion per cui la cosiddetta “malattia dei sentimenti” cara in Deserto rosso ad Antonioni, nume tutelare di Soldini al pari del guru francese Robert Bresson, alfiere del lavoro di sottrazione, per cui più si toglie al visibile più si aggiunge all’invisibile, cede la ribalta alle logiche del cuore. Nell’algida effigie dei lussuosi grattacieli che svettano nello skyline del capoluogo lombardo, ospitando i meeting d’affari coi colletti bianchi impegnati in contrattazioni all’insegna dei dispendi di materia grigia profusa per raggiungere gli obiettivi prefissi sull’esempio del predatorio Gordon Gekko in Wall Street di Oliver Stone, emergono le zone di freddezza. Ed è allora consequenziale, e ovvio, che il calore umano venga emanato dagli humus modesti, intimi. Alteri. Poiché diversi. Ed emblematici della schematica scoperta ai danni dei risvolti thrilling. Ciò che è, viceversa, meno scontato affiora nell’approccio caloroso ed empatico del direttore dell’obitorio, Bruno, interpretato da Francesco Colella. Fiero d’impersonare una figura speculare ed esemplare di maschio sensibile, comprensivo, intento a privilegiare la saggezza del buon vivere – scosso ma non destabilizzato dal contatto coi freddi cadaveri archiviati come sconosciuti giacché privi di documenti d’identità – rispetto alle sirene del bel vivere. Garantito dalla ricerca dell’affermazione professionale al posto dell’alterità. Filmare per Soldini, sull’esempio del collega tedesco Wim Wenders, in possesso però di ben altra tenuta stilistica, equivale a viaggiare. Alla penuria dell’autentico carattere d’ingegno creativo, soffocato dai cascami programmatici alieni all’etica della messa in scena di Bresson, corrisponde la fragranza del carattere d’autenticità.

Michelangelo Antonioni girò Deserto rosso dopo aver visitato i primi insediamenti industriali a Ravenna. Ritenuti la causa dell’alienazione, nella società industriale, delle anime sensibili ed estraniate. Soldini ha tratto linfa tanto dalla lettura dei libri di Cristina Cattaneo, leader di Labanof (laboratorio di antropologia e odontologia forense), quanto dall’incontro col direttore di un obitorio nella vita reale. Così come seppe trarre linfa dalla conoscenza tramutatasi in amicizia con l’osteopata cieco avvezzo, da non vedente, a sentire e lenire il dolore tramite il mix tra contatto tattile ed etimologia rivelatrice (d’altronde la terapia deriva dalla parola greca costituita da ὀστέον – ostéon – “osso” e eπάθος – páthos – “sofferenza”) per realizzare Il colore nascosto delle cose. Trasferendo il merito di sentire e guarire la sofferenza delle ossa, riflettute nella materia votata al dominio dell’apparenza sull’essenza, nell’incarnazione dello spirito femminile. E anche in questo caso è un’attitudine sincera ad animare Soldini. Spingendo Kasia Smutniak a preferire la coscienza del personaggio all’istinto d’attrice. Col quale era riuscita ad aderire al piglio della nobildonna romana Livia Drusilla Claudia nella serie tv Domina senza dover lavorare né su se stessa, né sul personaggio. Giacché convinta di essere creta nelle mani del regista assurto ad autore. Sulla falsariga delle modelle coi fotografi, chiamati a svelare l’arcano racchiuso in uno scatto (alla stregua dell’incuriosito Thomas in Blow-Up di Antonioni), e degli oggetti o dei paesaggi coi pittori. Il melodramma e il noir metropolitano, nemici dell’antiretorica necessaria a togliere, anziché aggiungere, per creare, prendono piede con buona pace dell’interessante tecnica luministica, analoga ad alcune suggestioni mandate ad effetto da Michael Mann in Collateral, dell’apprezzabile margine d’enigma, congenito nel bisogno di capire l’identità del terzo morto dell’anno 2019 archiviato come sconosciuto, dei cortocircuiti elegiaci congiunti all’uso mirato della correzione di fuoco. I timbri noir, che delineano il mondo della finanza, dei contratti, degli arrampicatori risulta delineato con precisione formale ed efficacia contenutistica. Impreziosita dalla performance misurata e pertinente di Antonio Zavatteri nel ruolo dell’avvocato partner Steve. Abile a tendere calappi sia con la lingua madre sia con l’inglese, pidgin buono per ogni porto, nonché nel dare un colpo al cerchio del riconoscimento e l’altro alla botte dell’opportunismo. Rubando a Camilla le trovate escogitate per sbrogliare una situazione difficile allo studio legale. Mandando su tutte le furie la collega a caccia di promozione. Incappata nell’incidente stradale all’origine del decesso dello sconosciuto ragazzo iracheno.

La lenta presa di coscienza di Camilla, l’irrompere del dolore per il ricordo del suicidio della sorella maggiore, gli scontri con la figlia Adele, decisa ad andare in Brasile a fare la volontaria per l’ambiente invece di finire gli studi di economia, accompagnano i trapassi di tono, molto meno persuasivi, in chiave mélo. È bravissimo Paolo Mazzarelli nelle vesti dello yuppie rampante che mette su casa a Camilla. La coccola. La vizia. Segue il piacere del sesso senza amore. Senza impegno. Senza comprensione. L’irrompere di Bruno tende ad appaiare la suspense e l’andazzo quasi favolistico ed etereo frammisto alla crudezza oggettiva. Il paesaggio riflessivo di Milano che gli spettatori, scaltriti o rapiti nella commozione, scorgono appena non è uno sfondo inerte. Ma neanche riflette appieno gli stati d’animo e condiziona i modi d’agire. Determinati invece dalla strada di notte, dalla pioggia, dal buio, dal semaforo (verde o rosso?) all’origine dell’infortunio. A conferma che il noir funziona. La descrizione del mondo dei nababbi che praticano il sesso senza amore pure. Le pieghe mélo, neorealiste, favoliste e panteiste meno. La visita alla mensa dei poveri, all’obitorio e l’epilogo in Liguria, per trovare un angolo battuto dal mare e dal vento, rendono sin troppo radioso il poeticismo di maniera. La razionalizzazione dell’assurdo, insita nella poetica di Yasujirō Ozu in Viaggio a Tokyo, di Wim Wenders ne Il cielo sopra Berlino, di Tommy Lee Jones ne Le tre sepolture, è viceversa sfiorata. Ma mai raggiunta. Il cielo sopra Milano, il viaggio nei luoghi ignorati dagli arrivisti, la degna sepoltura da dare all’immigrato senza documenti, con l’anima risollevata dalla specifica identità del territorio dove lasciar riposare le ossa, guardando verso la Mecca, palesano l’assenza di location attive. Ed è per questo che a persuadere siano la strada invisibile del sinistro e la Milano distaccata dei piani alti. E a deludere sia la Milano commossa vista dal basso. Zavatteri e Mazzarelli meritavano dunque più spazio: la coesione d’impianto, dosando spirito e materia, calcolo e altruismo (riverberato da Caterina Forza nei panni di Adele), avrebbe permesso a 3/19 di convertire il poeticismo in poesia. La potenza dell’invisibile così rimane al contrario un abbaglio.

 

 

Massimiliano Serriello