C’è un punto in cui l’uomo smette di sentire, un confine sottile in cui le macchine si appropriano di ogni cosa, c’è un confine oltrepassato il quale tutto è algoritmo. Sembra di tornare a quel film distopico che voleva un futuro dentro cui era vietato avere emozioni. Eccolo l’universo dei NoIndex, progetto napoletano che con l’EP “3024” immagina tutto questo. Ricorda la pellicola “Equilibrium” del 2002. E in fondo, ogni traccia di questo lavoro è densa di un affascinante potere visionario… si veda lo straordinario lavoro di clip che troviamo in rete.  Il loro suono è un grido e insieme un rifugio, un atto di resistenza che restituisce dignità a ciò che il sistema tenta di rendere invisibile: la fragilità, il dolore, l’amore, la memoria. “3024” è una narrazione collettiva, un invito a guardare oltre la facciata di un mondo che idolatra la tecnologia e vieta l’umanità. Un pop visionario, futuristico, di dettagli curati con attenzione artigiana… nonostante tutto, sono artigiani. Ne parliamo con Francesco Paolo Somma, voce, autore dei testi e compositore.

Parliamo di bellezza: per voi cos’è davvero e dove trovarla dentro le distonie quotidiane?
La bellezza, per noi, non è qualcosa che si mostra. È qualcosa che resiste.
In un’epoca che tende a lucidare ogni superficie, a rendere tutto presentabile e scorrevole, noi continuiamo a cercarla proprio dove il sistema inciampa. Dove le cose tremano. Dove si sente la frizione tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. La troviamo in uno sguardo spezzato, in un suono imperfetto, in un corpo che non vuole adattarsi. Non è mai nei centri, ma nei bordi.
La trovi nei silenzi che nessuno vuole più ascoltare. Nelle pause tra una parola e l’altra. Nei dettagli che non generano like. La bellezza non ci rassicura. Ma ci ricorda che siamo vivi.

In un futuro di macchine, la bellezza sarà programmabile o resterà, secondo voi, l’ultimo ingrediente “residuale” dell’uomo?
L’algoritmo può replicare. Ma non può soffrire. E senza sofferenza, senza fatica, non esiste bellezza autentica. È vero che oggi si scrivono canzoni, romanzi, persino preghiere con l’intelligenza artificiale. Ma tutto ciò che ci muove davvero ha bisogno di corpo. Di storia. Di imperfezione. La bellezza, come la intendiamo noi, è ciò che non puoi progettare. È quella crepa in un edificio che lo rende unico. È il dubbio nel mezzo di una frase. È la voce che stona e ti emoziona più di una linea vocale “perfetta”. Se c’è un cuore in ciò che facciamo, è questo: resistere alla standardizzazione. Restare Residuali. Non nel senso di marginali, ma nel senso di essenziali. Di ciò che resta. E resterà la bellezza, finché ci sarà qualcuno disposto a cercarla nella ferita, non nel filtro.

Bellissimi i video. Sarà il ricamo di un più lungo metraggio?
Grazie. I videoclip di 3024 nascono già come capitoli di un’unica narrazione. Non sono mai stati pensati come “singoli”, ma come finestre di un mondo più grande. Shiva, il quarto e ultimo episodio, sarà anche il primo che avrà una forma più cinematografica, e il primo che ha aperto una dimensione ancora più mitica e onirica. L’idea di un Residuale che viaggia nel tempo attraverso il sogno lucido, per noi è diventata la chiave narrativa per rimettere in discussione tutto. Abbiamo scritto e abbozzato un trattamento che immagina una forma lunga: forse un mediometraggio, forse qualcosa di più ibrido. Ma ci prendiamo il tempo per capire se davvero è il momento giusto. Di sicuro, 3024 non è chiuso. E ogni video, ogni canzone, è un frammento di una storia che continua a espandersi. Finché ci sarà chi ha voglia di seguirla.

Dal vivo quanto e come tutto questo prende vita, oltre al suono s’intende?
Dal vivo tutto si amplifica, ma si semplifica anche. Non c’è editing, non c’è tempo per correggere. Quindi tutto quello che succede sul palco è reale. È lì, è ora. Con l’evento mostra “3024: Memorie di un Residuale”, ad esempio, abbiamo provato a immaginare il live come un’“interferenza”: non un semplice concerto, ma un evento immersivo in cui tutto — visual, mostra, performance — si tiene insieme come un unico respiro. C’è stato chi ci ha detto che sembrava di stare dentro una specie di glitch emotivo. E ci è piaciuto molto. Perché se davvero vogliamo costruire un linguaggio nuovo, deve partire dall’esperienza. Non solo dal suono. La musica è l’innesco. Ma poi succede qualcos’altro. Qualcosa che ha a che fare con l’energia che passa tra chi suona e chi ascolta. Con gli occhi che si incrociano. Con le parole non dette che galleggiano tra palco e platea. Ed è lì che 3024 diventa reale. Non nel futuro. Ma in quel preciso presente condiviso. Anche solo per un’ora.

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