A venti primavere di distanza dall’arguto apologo sulla tossicodipendenza meneghina Fuori vena, in cui la vertigine mentale connessa all’abuso di droga si va ad amalgamare tanto all’universo punk eletto ad antidoto contro le attanaglianti origini borghesi quanto al baratro dell’atroce via iniettiva, l’ambiziosa regista milanese Tekla Taidelli sembra voglia portare ad effetto un omaggio all’inobliabile Accattone di Pier Paolo Pasolini spostando la forza significante dell’angolo visuale da autrice tout court con l’opera sperimentale in bianco e nero 6: 06 dagli anfratti negletti ma rivelatori dell’Italia del Nord a quelli di Civitavecchia.
L’adozione delle tecniche estetizzanti dei videoclip, l’ampio ricorso al ralenti dello slow motion contrapposto in chiave speculare all’accelerazione del fast motion, l’utilizzo dello split screen, allo scopo di convergere nel medesimo quadro sagacemente diviso l’associazione degli eventi minori contemporanei, seppur distanti tra loro in linea d’area, dinanzi all’implicito ed emblematico bivio, sono frutto d’una lucidità cartesiana applicata alla Settima arte, convertendo in feconda prassi la stimolante componente teorica padroneggiata nelle vesti di erudita docente di cinema, oppure rientrano nei vani segni d’ammicco degli infertili esercizi di stile?

Il nodo della questione risiede, quindi, nel comprendere se la manipolazione della scrittura per immagini e dell’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici, con alcune risolutive puntate nel controcampo surreale del Neorealismo underground definito lì per lì, riesca davvero ad approfondire l’ennesimo spicchio esistenziale di gioventù bruciata dai deleteri stati d’allucinazione chiamati ad allievare l’amarezza della crudezza oggettiva dispiegata giorno per giorno. Al punto che all’avventizio tossico Leo sembra di rivivere sempre il medesimo tran tran quotidiano. Scandito, a partire ogni volta dalle fatidiche 6: 06, dalle umili mansioni di lavapiatti agli ordini d’un ristoratore egiziano dal piglio autocrate, dalle passeggiate nell’hinterland limitrofo con l’amato cane al guinzaglio, dalle chiacchiere in libertà gomito a gomito con l’amico del cuore, dall’acquisto della cocaina presso una spacciatrice dai modi trucidi, dal consumo solitario ai limiti dell’alienante delirio. Ad andare oltre gli stilemi del consueto drug movie, congiunto al perenne scontro tra l’amor vitae e il cupio dissolvi, provvedono le modalità di presenza degli spazi attivi dove Leo picchia morto come si suol dire sulla scorta dell’opportuna geografia emozionale. La palingenesi delle diverse zone catturate dall’alacre macchina da presa nel teatro a cielo aperto di Civitavecchia, dall’antico borgo del Ghetto al Porto nel quale troneggia la statua del Bacio della Memoria fra il marinaio della nostra capitaneria e l’infermiera newyorchese ai tempi della seconda guerra mondiale per festeggiare l’agognata conclusione delle ostilità, elette ad attanti narrativi cariche di senso, sopperisce altresì all’inane sfida alle convenzioni delle pellicole commerciali ad appannaggio della programmatica segmentazione d’ordine contenutistico dello straniante ed epidermico racconto di formazione in molteplici segmenti colmi sulla carta di significato.

All’atto pratico, invece, privi del carattere d’ingegno creativo in grado d’impreziosire sul serio l’austero rigore del carattere d’autenticità legato alla spirale autodistruttiva. Invertita, tipo una sorta di sliding door aliena ai colpi di gomito delle favole romantiche, per mezzo della piega onirica della trama sancita dall’ineluttabile passaggio dal bianco e nero al colore. Il risveglio dallo stato comatoso, comportato dall’infausto incidente dovuto ai deliri paranoici uniti all’inebriamento tossico, veicola i risvolti rocamboleschi lungo i binari dell’approccio visionario capace di stravolgere l’itinerario suggellato dalla vaneggiante reiterazione. L’accostamento per mezzo dello schermo doppio delle dinamiche cromatiche agli antipodi, con le sfumature di grigio frammiste alla definizione in bianco e nero giustapposta alla gamma completa, crea contrasti profondi. Che trascendono la pigrizia delle idee dapprincipio attinte al fulgido estro del compianto Pasolini. Gli equilibri spostati dalla misteriosa Venere francese alla guida di un variopinto caravan diretto in Portogallo antepongono ai limiti dell’infecondo impegno civile le predilezioni barocche per le prospettive alternative. Con la ninfa transalpina che nello sdoppiamento tra sogno e realtà inserito all’inizio step by step, in seguito quasi a ogni piè sospinto, parla la stessa lingua dell’inquieto compagno di viaggio come se disponesse del traduttore universale imperniato sugli algoritmi dell’intelligenza artificiale a disposizione degli extraterrestri imperanti nella serie televisiva Star Trek: Enterprise.

Le impennate liriche, il crescendo recitativo del sorprendente Davide Valle alias Leo, l’acuta sensibilità palesata nel sopperire ai momenti d’ovvio sentimentalismo, con la globe trotter Jo-Jo che sparge al vento le ceneri sopra un promontorio sul mare del previo partner, grazie alla fulgida intensità elegiaca in grado di razionalizzare le schegge impazzite del risalto umanistico innescato dalla presa di coscienza, consolidano il mutamento dei motivi figurativi nei valori introspettivi in supporto dell’esplorazione concettuale fuori del comune in merito al rapporto stabilito dal desiderio di dissoluzione con l’affermazione vitalistica di sé. Mentre il sentimento d’atavica insicurezza avviato dall’innesto pretestuoso dei topòi del canonico thriller, anziché tenere il pubblico col fiato sospeso riguardo l’altalena degli stati d’animo che rende Leo una mina vagante pure in trasferta una volta venuto a conoscenza dell’inopinata dipartita in un incidente stradale dell’amico del cuore con l’amato cane, a bordo nell’utopia di raggiungerlo, attesta l’acre involuzione della dimensione spirituale tirata in ballo dall’efficacia elementare, l’intrigante prosieguo all’estero ricava viceversa ancora nuova linfa dai paesaggi riflessivi. Che sulla scorta della stimolante coalescenza degli sguardi, collegati all’insolito processo d’identificazione col protagonista desideroso di tornare nel luogo natìo per ricominciare da capo senza più rimpianti, collocano i decisivi vincoli di suolo al di là del ripiego momentaneo della tensione avvolta nelle spire dell’indeterminatezza. Nonostante a tratti 6: 06 patisca troppo determinati pleonasmi, ravvisabili in particolare nell’infertile sforzo di conferire all’abituale pathos il surplus del suggestivo Mistero, la parte conclusiva riallinea l’egemonia dell’amor vitae, impreziosito dal richiamo del luogo identitario, sul cupio dissolvi nei giusti binari. L’effigie nelle ultime battute della statua del Bacio della Memoria chiude il cerchio alle vibrazioni sottopelle, che rifuggono dalle compiaciute strizzatine d’occhio, per imprimere all’angolazione divenuta familiare dello spazio attivo ed evocativo di Leo, pronto dunque ad affrontare i temutissimi demoni privati, l’inesauribile acume di un’autrice coi fiocchi. Bravissima a correggere i timbri esitanti ed episodici degli incubi a occhi aperti con l’indomabile sagacia degli alfieri dell’incrollabile fabbrica dei sogni.
