Nel recensire l’ultima fatica d’un esperto regista che coniuga la vita all’imperfetto prima di poter vedere approdare nel mercato di sbocco della Settima arte l’opera conclusiva, frutto del carattere d’ingegno creativo costretto ad arenarsi di fronte all’ineluttabile finitudine dell’esistenza, si rischia di pagare dazio all’impasse di tenere troppo in considerazione l’inopportuna egemonia dei meriti ricavati dalle buone intenzioni rispetto all’esito stabilito all’atto pratico dalla risolutiva scrittura per immagini.

Una disamina attenta, ed ergo estranea ai limiti dell’impressionismo soggettivo riscontrabile nel subire una sorta d’implicito ricatto morale sviscerando l’opera postuma d’un autore ormai impossibilitato a chiarire lo scopo prefisso ai nastri di partenza, deve quindi distinguere l’obiettivo stabilito ex ante dal compianto Gianni Leacche con l’horror comedy A mamma non piace dalla resa in itinere ed ex post della scrittura per immagini portata ad effetto appaiando l’ormai vetusto dramma della psicopatologia, legato da sempre agli scenari da brivido, con la capacità, invece, di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente.

Nell’incipit emerge dapprincipio una certosina cura dei particolari, congiuntamente al processo artigianale ravvisabile nella preparazione del pollo ruspante, con il sovvertimento della consecutio temporum sancito dall’effigie parziale della decapitazione che chiude il passaggio dalla spennatura alla scottatura, per poi cedere spazio all’ennesima scoperta dell’alterità. Cementata dall’arguta interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici nel momento in cui la badante d’origini bielorusse Alina scivola sulle scale della villa isolata dall’atmosfera attanagliante nella quale è chiamata a svolgere le mansioni di badante. Il ricorso piuttosto programmatico al lavoro di sottrazione, anziché aggiungere all’invisibile e quindi al mistero ciò che viene sottratto al visibile, spiana unicamente la strada ai trapassi di tono. Dall’esplicita ostilità manifestata dallo xenofobo di turno, nell’autobus intento a percorrere su e giù la campagna alle porte di Roma, al clima di complicità che, in virtù dell’umana imperfezione, si respira nella cucina dove Alina arrotonda. L’aneddoto parodistico, i bisticci dialettici, i qui pro quo della coppia di ristoratori, coi cuori di bue scambiati per i cuori di vitella nella convinzione che il piatto del giorno rimanga la coratella senza considerare la variante dell’insalata di pomodori, le lezioni in diretta social sugli addominali da scolpire mediante le tragicomiche flessioni impartite dalla coinquilina capitolina, determinata anche a pubblicizzare controversi prodotti cosmetici vegani, rientrano nell’ordinaria amministrazione delle mere gag d’alleggerimento. Connesse alle scontate modalità esplicative dei siparietti mordaci, sprovvisti del cinismo benefico ad appannaggio della Commedia all’Italiana, che inseriscono perciò pretestuosamente in un intreccio cosparso sennò di crudezza oggettiva e d’attese angosciose l’ennesima congerie bozzettistica degli aneddoti satirici.

Rilevabili altresì nella figura del classico pappone dedito all’estorsione ai danni dell’ex prostituta Alina, decisa a sbarcare il lunario onestamente, e nello sprovveduto amico convinto di restare in contatto con la defunta consorte per mezzo delle sedute spiritiche. Storpiate secondo copione. L’avvicendarsi dei cosiddetti “buu-scares”, seppur in possesso di maggior sottigliezza introspettiva rispetto agli spaventi di presa immediata (jump scare) poiché scaturiti da una realtà distorta step by step dalla personificazione della Minaccia che vibra nell’aria, con la scioltezza dello spettacolo malincomico ed esilarante, predisposto per bilanciare la tensione con la risata, funge da civetta dell’involuzione dal punto di vista stilistico ed espressivo del compianto Gianni Leacche. Che cinque anni or sono con l’intenso ed eclettico apologo sulla violenza e sull’accoglienza Cani di strada, tratto dall’omonimo libro di Elio Forcella, era riuscito ad accorpare in maniera piuttosto sagace geografia emozionale ed esami comportamentistici per esibire la fragranza del reciproco sostegno dei personaggi ai margini che individuano in Monterotondo un luogo d’arrivo e di maturazione a dispetto dei calappi tesi dagli antagonisti locali dai modi a dir poco inospitali. Adesso la scoperta dell’alterità, ovvero qualcosa di diverso destinato a divenire familiare sin dal romanzo originario di Gianluca Gemelli che ha ispirato Gianni Leacche, beneficia poco o niente dei timbri grotteschi correlati al fascino dell’irrazionale legato ai nodi che vengono al pettine con la minacciosa ed ermetica villa.

Lo sviluppo di specie artistica delle situazioni paradossali affiorate ed esibite in zona Cesarini, a partire dallo sdoppiamento tra sogno e realtà tramite l’ausilio dell’ovvia dinamica campo/controcampo riguardo la spaventevole prospettiva della temuta seduta spiritica oggetto lì per lì d’ilarità sino ad arrivare alla resa dei conti dell’austero ma signorile padrone di casa col grossolano protettore veneto avido di soldi, interpretato comunque con apprezzabile brio dal bravo Federico Tocci, si arena alla prova del nove. Al posto della giustapposizione tra allegria liberatoria, col ristoratore combina guai che butta nella pattumiera il zafferano preso per immondizia mandando in bestia la consorte dalla battuta di spirito costantemente in canna, e paura paralizzante, nonostante alcuni curiosi innesti favolistici frammisti nel dosaggio dei compositi procedimenti al carattere d’autenticità capace di mettere a nudo le tribolazioni patite dalle meretrici lontane dal loro paese nel voltare pagina, prende piede la deleteria sensazione di déjà vu. Rettificata dalle idee attinte a un tiro di schioppo dall’ammiccante epilogo, una volta svelato l’arcano, ai Maestri dell’humour nero e ai franchi tiratori della fabbrica dei sogni convertiti in incubi a occhi aperti abituati sul serio ad agguantare il fulcro oscuro degli agghiaccianti rituali all’interno dei contesti elitari ed enigmatici. Le battute conclusive di A mamma non piace procedono sulla scorta della camera a mano lungo l’ordine naturale delle cose interrotto da un mero segno d’ammicco. Da cui si terranno ben distanti i cinefili attratti al contrario dalla precisione di accenti e sfumature distinguibile nell’analisi introspettiva ricondotta con Cani di strada al procedere quasi casuale degli affreschi abituati ad appaiare l’orrore del dolore e il valore della solidarietà senza cadere nei trabocchetti degli incongruenti cerchiobottismi compiuti in nome dell’arte del grottesco. Meglio rimpiazzarla con la sana consapevolezza che non tutte le ciambelle escono col buco. Pure quando si tratta del passo d’addio d’un degno autore al crepuscolo che dà un colpo al cerchio del cuore pulsante dell’orrorifico clima di mistero e l’altro alla botte dell’assurdo celebrato dal bizzarro ghiribizzo sentimentale. Indirizzato all’irrimediabile ed effimero eccesso d’inverosimiglianza.

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