A private war: la guerra di Marie Colvin

A private war è un solido biopic che ripercorre la vita di Marie Colvin, una delle più grandi e celebrate giornaliste inviate di  guerra.

La Colvin realizzò per il britannico Sunday Times articoli, reportage, intervistò personaggi scomodi come Arafat e Gheddafi,  raccontò i molti  conflitti dimenticati nel mondo da Medio Oriente, Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe, Sri Lanka e Timor Est, dove ha perso l’occhio sinistro.

Poi seguì le Primavere Arabe in Iraq e la guerra civile in Libia, che si concluse con l’uccisione di Gheddafi, fino alla tragedia della mai conclusa guerra in Siria, dove trovò la morte, cinquantaseienne, nel Febbraio 2012 nell’assedio di Homs, insieme al fotografo francese Rémi Ochlink.

A modo suo, Marie Colvin rappresenta quella piccola pattuglia di reporter che, a rischio della vita, cercano la verità e, spesso, trovano la morte sul campo.

Il compito di questo lungometraggio è solo quello di raccontare la storia di Marie, interpretata in modo egregio da una Rosamund Pike che cerca in tutti i modi di restituirci questa figura, a dir poco eroica, del giornalismo, compresi i suoi difetti.

Una Marie con la sua ossessione per raccontare, sapendo perfettamente di rischiare (prova ne sia l’occhio che perse), pronta a tutto, non per i premi che riceveva o i soldi da inviata speciale, ma perché sentiva l’irresistibile necessità di mostrare al mondo quello che succedeva e, forse con un pizzico di arroganza, sperava che il suo contributo poteva in qualche modo fermare quella inutile strage.

Il difetto del film potrebbe risiedere in un certo tipo di retorica che ci viene mostrata, ma, una volta tanto, se il regista Matthew Heineman e la sceneggiatura non riescono in pieno a dare il senso alla storia, devono molto, invece, alla sensibilità di Rosamund Pike, che riesce con gesti, immagini e senza parole a restituirci, in parte, quello che sentiva la vera Marie.
Heineman, che viene da una solida carriera di documentari, ci ha messo del suo, convinto dal proprio desiderio di portare la storia della Colvin al grande pubblico per non farla dimenticare; o, nella maggior parte dei casi, per farla conoscere la prima volta, spinto anche da come il giornalismo, oggi, sia minacciato non solo dal potere, ma anche dalla creazione di fake news (che, in verità, esistevano anche prima di internet).

L’attrice protagonista ha dichiarato: “Non assomiglio molto a Marie. Sono più giovane di lei, non sono americana. C’erano molte cose che mi remavano contro. Ma lo volevo davvero fare. È entrata nella mia anima, in qualche modo, quando ho letto per la prima volta quell’articolo. Non so perché. Non ho la sua stessa passione. Non ho il suo coraggio. Ma so cosa vuol dire avere una vocazione che ti porta fuori dalla vita reale”.

Quindi, vale quanto abbiamo esposto sopra: l’intento di A private war non è solo cercare di farci conoscere una parte della vita – quella più importante e tragica – di Marie Colvin, ma anche lanciare quel messaggio rimasto nel vuoto dell’esplosione di Homs che l’ha uccisa:  “il mondo deve sapere”.

Forse, guardando il film rimane l’amara verità che il mondo, in realtà, lo sa o non vuole sapere, e, magari, se nel vostro piccolo pensate che Marie non sia morta invano, cercate le notizie di quei pochi reporter di guerra, che ogni giorno sul campo rischiano la propria vita.

Giornalisti che lo fanno per farvi sapere la verità aperando che condividiate le loro  storie e foto,  anziché quelle buffi gattini o di gente che scivola per terra.

 

 

Roberto Leofrigio