Decisa ad appaiare il concetto operativo d’inclusione sia al mondo della moda – attraverso l’egemonia del fascino della novità sul vetusto charme della caducità descritto dal sociologo George Simmel alla fine dell’Ottocento – sia al mondo LGBTQ+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer/Questioning, +), la regista romana Flaminia Graziadei, trapiantata in Inghilterra, palesa con A year in London l’assoluta conoscenza del tema trattato. Il requisito primario per l’elezione ad autrice tout court.

Tuttavia l’attitudine a veicolare in un contesto pubblico dall’eco rilevante la peculiarità del pensiero intimo sugli argomenti in ballo, particolarmente sentiti, in quanto vissuti sulla propria pelle anziché elaborati in linea solo ed esclusivamente teorica, per mezzo dell’idonea scrittura per immagini non basta ad assicurare de iure incontestabil patenti di nobiltà a iniziative intente ad accorpare mire artistiche ed esigenze commerciali.

Il nodo della questione è delegato piuttosto all’efficacia o meno del linguaggio scelto mediante le inquadrature statiche, la necessità espressiva dei campi lunghi, le rotazioni verso l’alto, quelle verso il basso, la tecnica d’illuminazione, i materiali scenici al fine di avvalorare la tesi ivi connessa. Ovvero che le donne attratte dal loro sesso impegnate nel mondo della moda, nel campo dell’insegnamento, per ridefinire l’interazione tra esperienza ed espressione d’identità ad appannaggio dello sfaccettato concetto di estetica, non sono dei personaggi confinati ai margini del settore, vittime di situazioni sfavorevoli, bensì delle figure professionali dotate di avvenenza, in possesso d’un carattere d’ingegno creativo fuori del comune, necessario anche nel fashion management nei processi strategici indirizzati alla gestione delle risorse. Nel delineare altresì il processo d’adattamento a Londra della giovane ed eterea fashion designer Olivia, cresciuta nel Sud del Bel Paese sulla scorta degli insegnamenti ricevuti dal padre sarto da tre generazioni, Flaminia Graziadei ricorre all’ausilio dell’idonea geografia emozionale e alla capacità di scrivere con la luce attinta alla mentore Wilma Labate. Autrice di film, come l’insolito thriller partenopeo Domenica, avvezzi ad anteporre la contemplazione al dinamismo dell’azione, veicolando l’attenzione degli spettatori nei confronti di alcuni dettagli situati su un piano diverso rispetto a quelli in evidenza allo scopo di dare notevole rilievo al punto di convergenza tra poli opposti. Dalla dicotomia rintracciabile tra superficialità apparente ed effettivo approfondimento alla perenne sostituzione del vecchio col nuovo. La scoperta dell’alterità nella Capitale della Perfida Albione contribuisce ad alzare l’asticella confronto all’ovvietà dell’incipit con l’ordine naturale delle cose regredito a sfondo fugace ed effimero. Quasi cartolinesco.

Al contrario l’avvicendamento d’interni compositi ed esterni riflessivi che traspare dall’effigie dell’appartamentino, con le dinamiche di convivenza coi coinquilini frammiste al viaggio di scoperta dell’alterità, sino ad arrivare alla rinomata scuola di moda dove Olivia incontra l’avvenente ed energica donna di colore destinata, dopo aver vinto la diffidenza iniziale, a divenirne dapprincipio la mentore nel contesto professionale grazie alla rete d’illustri contatti. Per poi fare breccia nel cuore della ragazza fidanzata in casa con un uomo dai modi garbati per cui però ormai nutre sentimenti fraterni. La padronanza nel deep focus, appresa da Wilma Labate, consente a Flaminia Graziadei di dirottare l’interesse nei riguardi degli aspetti nevralgici della trama inchiodando alla poltrona persino le platee di norma poco interessate al continuo morire e rinnovarsi imperante nel mondo della moda, nonché
all’esplicita missione di rendere il settore dal punto di vista industriale maggiormente inclusivo. Il ralenti chiamato in causa per enfatizzare lo shock subìto dalle due donne divenute complici a causa dell’aggressione dei malintenzionati di turno risulta un espediente di piccolo cabotaggio. A differenza dei rumori disturbanti, associati all’evento traumatico, che evidenziano i nervi tesi come corde di violino dei profili di Venere alieni al semplicismo delle contrapposizioni programmatiche. Affiorate viceversa nel trattamento frettoloso ed esornativo riservato al Mezzogiorno d’Italia d’ascendenza rurale e all’apparizione dei monumenti romani. Sprovvisti della tendenza dei luoghi eletti a location ed ergo ad attanti narrativi carichi di senso a rispecchiare alla stregua degli appositi chiaroscuri, il tumulto degli stati d’animo e lo sforzo compiuto sulla scorta dell’orgoglio muliebre di riprendere il controllo. Risolvendo quindi la situazione.

Le battute conclusive pagherebbero dazio ai trattatelli psicologici frammisti alla bell’e meglio all’ennesima storia di formazione in voga negli ambienti progressisti, ostili ai valori ereditati dalla tradizione, se la sequenza del reale terremoto che scuote sin dalle viscere l’ameno convivio domestico presente nel Sud Italia non spingesse Olivia ad avere, nel momento dell’instabilità per antonomasia, un confronto a viso aperto con la refrattaria madre. Le figure di fianco si limitano a timbrare il cartellino. Nina Pons nei panni di Olivia costeggia a fior di labbra la combinazione d’innocenza ed eleganza etica delle dive d’oltreoceano. Melanie Liburd nelle vesti della carismatica docente d’ebano trae partito dall’accorta sottorecitazione comunicando soprattutto con gli occhi. Attributo chiave della statura d’attrice che merita un supplemento d’applausi anche quando i trapassi d’umore non vengono irradiati appieno in sinergia con l’habitat. Bensì prendono debitamente spunto dalla tendenza a togliere particolari superflui nella toccante interpretazione invece che servirsi d’infecondi pleonasmi. A year in London taglia così il traguardo prefisso. Trasportando anche gli amanti del cinema action, avversi ai dispendi di fosforo, dietro le quinte del mondo della moda. Nonostante qualche faciloneria compiuta nel cercare invano di garantire ai valori visivi la solerzia dei ragguagli analitici. Con il risultato di tralignare talvolta l’apposita esplorazione nell’inane approssimazione. Uscito dall’impasse l’amalgama dell’impasto, estraneo ai segni d’ammicco delle mere soap opera, consente all’opera d’introspezione di ricavare linfa dalla prontezza d’un’autrice avvezza a tramutare i fatui bozzetti buonisti in accattivanti esami comportamentistici. Mettendone in luce la risolutiva ed emblematica stratificazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner