Abisso nero: Covid Russo sangue

Quello di Gaetano Russo è un nome incastonato nel vasto panorama dei decani del nostro cinema di genere underground, trattandosi di colui che ha interpretato horror italiani (Hansel e Gretel di Giovanni Simonelli, I frati rossi di Gianni Martucci, entrambi prodotti da Lucio Fulci), action all’amatriciana (Black cobra di Stelvio Massi), erotici softcore (Belle da morire di Riccardo Sesani), nazi movie (La svastica nel ventre di Mario Caiano) e commedie (Quelli del casco di Luciano Salce), con qualche partecipazione anche in pellicole hollywwodiane indimenticabili (Ladyhawke di Richard Donner).

Una carriera di attore a dir poco poliedrica e molto variegata, alla quale ha alternato qualche esperienza come sceneggiatore e un’unica regia affrontata nel 2006, il thriller a tinte horror Crazy blood, cui ha fatto seguito nel 2020 l’attualissimo Abisso nero.

Una storia dell’orrore che il buon Gaetano, firmandosi Ronald Russo, ambienta in un contesto molto familiare all’umanità del periodo, considerando che s’immerge in una situazione apocalittica conseguita alla diffusione di un potente virus letale.

Un virus che, a quanto pare, altro non è che un espediente creato dalle menti più alte dei vertici mondiali per far calare velocemente il sovrannumero demografico che attanaglia la situazione globale. Ma l’effetto che genera è la trasformazione delle persone in esseri aggressivi e famelici che possono essere eliminati definitivamente gettandoli nelle fiamme. E tra essi vi è la giovane Sonia (Ydalia Suarez), rinchiusa e tenuta nella soffitta di una villa fuori città dal suo amato Marco (Robert Madison), un uomo ormai affogato nei ricordi della sua vita prima dell’arrivo del virus, che portò oltretutto la morte della figlia Angie (Angelica Cheyenne). Uomo che trascorre le giornate a sfamare Sonia procurandole vittime scelte tra le persone più abiette della città, da uno sfruttatore di prostitute a politici corrotti.

L’aspetto maggiormente curioso di Abisso nero, però, risiede nel fatto che è stato concepito poco prima che il Covid-19 si diffondesse. Possiamo quindi considerarlo uno dei primi horror contestualizzati nell’epoca del Coronavirus, caratterizzato di conseguenza da una lungimiranza sociologica che si insinua nelle righe della sua efficace trama, tempestata di immagini forti che testimoniano l’estro creativo di Russo.

Un Russo che poggia su uno stile prettamente di genere per poter raccontare una vicenda aleggiante tra il romanzo e lo splatter duro e puro, inscenando una struttura che guida lo spettatore verso una discesa nella follia omicida vissuta dal Marco dell’efficace Madison (figlio del noto Guy Madison, interprete della vecchia Hollywood) e gestendo, di conseguenza, un film a basso budget con rimandi e finalità degni di un 28 giorni dopo qualsiasi.

Possiamo allora considerare Abisso nero l’apripista di un new horror sociale, che guarda all’attualità metaforizzando il tutto attraverso il ricorso a creature sanguinolente (grazie agli effetti speciali curati dal valido David Bracci) e vantando un cast variegato e ricco costituito, oltre che dalle citate Suarez (vista in Nella terra dei cannibali di Bruno Mattei) e Cheyenne (qui al suo esordio), dall’attore e regista Francesco Maria Dominedò e dal compianto Walter Toschi, vecchio professionista della recitazione qui nella sua ultima interpretazione.

Potremmo trovarci dinanzi ad un punto zero del nuovo cinema horror italiano, almeno per quanto riguarda quello che verrà derivato dalla situazione dovuta al Covid-19.

 

 

Mirko Lomuscio