Adam: Maryam Touzani e il clima di complicità del mélo al femminile

Dopo aver diretto con acume e sensibilità civile il toccante documentario Sous Ma Vieille Peau (Much Loved), mostrando l’implacabile ineluttabilità del tempo nello sguardo delle prostitute sfiorite step by step, ed essersi distinta sia in veste di sceneggiatrice, insieme al marito Nabil Ayouch, sia come attrice protagonista nel mélo introspettivo Razzia, che scandaglia in profondità le contraddizioni in seno al popolo marocchino, l’eclettica Maryam Touzani alza il tiro.

L’esordio in finzione dietro la macchina da presa con Adam mette a frutto le lezioni impartitele dal consorte sull’analisi degli stati d’animo, congiunti alla tastiera dell’attualità e agli scorci sentimentali per pochi intimi, ed elabora l’aspro rapporto sociale esacerbato dai mesti strascichi della Primavera Araba.

Il dato antropologico ed etnologico trae subito linfa dall’abile profondità di campo in grado d’impreziosire lo speculare contrasto tra l’indicativo volto di Samia – sfibrata dall’imprudente gravidanza nella ricerca del lavoro– e quello delle top model sui poster dell’algido salone da parrucchiera. I secchi dinieghi, le sobrie angolazioni di quinta, allestite sull’esempio del pedinamento d’ascendenza zavattiniana, gli arguti primi piani, l’arduo tragitto, compiuto nei vicoli dell’antica Medina di Casablanca, dove la controversa forza della consuetudine rappresentata dall’ammonita tradizione tiene testa all’incedere del progresso, prendono però piede in modo piuttosto programmatico. A causa dei limiti dell’austera ed emblematica essenzialità. Incapace di amalgamarsi compiutamente, senza avvertire cioè alcun imbarazzo, né qualsivoglia tipo di stridore, con la ricchezza espressiva delle immagini cariche d’inobliabili emozioni. L’apologo in piena regola sulla condizione femminile, stretta d’assedio dai pregiudizi sciovinisti e dal cicaleggio dei pettegoli di turno, non sa quindi sottrarre l’assunto narrativo ai vezzi dell’ovvio clima di complicità degli women’s picture.

Il pur pertinente retroscena psicologico, le carezzevoli convenzioni domestiche, gli spigliati elementi ambientali, inscritti soprattutto nella casa-bottega sorretta dall’immusonita vedova Abla, che spiega al contempo la fonologia autoctona all’amabile figlioletta Warda, chiamata così in onore dell’omonima cantante algerina, non bastano ad accrescere l’esile tenuta elegiaca. Composta da facondi silenzi, interminabili indugi, vibrazioni segrete ed espressività lirica. Applicare secondo copione determinate scalette, conformi per molti versi ai plot di Un’estranea fra noi e Terraferma, significa disperdere strada facendo, nell’accidia delle idee attinte all’altrui ingegno, i suggestivi spunti necessari ad acquisire la marcia in più degli affreschi penetranti. Mentre l’ordinaria tecnica luministica non riesce a convertire l’inane sobrietà dell’impianto figurativo nei limpidi ed eruditi racconti etici, trasportando gli spettatori in un’atmosfera che aggrega il candore cromatico, alieno a ogni quisquilia, con l’ipnosi dell’immersione quotidiana, in barba agli assilli morali, l’estroso ricorso ai suoni diegetici coglie nel segno. La pienezza poetica dell’interazione d’interni ed esterni, scanditi dalle voci di fondo, nell’attiguo territorio eletto a location, sulla scorta dell’armonia dell’inquadratura sonora cara al guru francese Robert Bresson, permette al passaggio dalla diffidenza nei confronti dell’intrusa in dolce attesa alla catartica solidarietà affettiva di andare oltre le infeconde componenti manieristiche.

Viceversa il poeticismo di circostanza, che equipara al chiuso del panificio percorso dai consueti tagli di luce il rito preparatorio degli appetitosi msemen all’impasto d’inclemenza ed empiti di tenerezza, soffre di chiari squilibri. Ravvisabili nell’esornativo cerimoniale a corto dei dettagli di Mangiare bere uomo donna. Poi, dopo la preponderanza dell’intesa ludica stabilita dall’ospite negletta con l’allegra bimba, a tavola, sulla terrazza, in mezzo ai panni dello stenditoio, dando il benservito all’approntamento delle crêpes cosparse di formaggio, l’ambigua opera di giustapposizione dei dati realistici, condizionati dall’ovvio catalogo giornaliero che sa di accomodaticcio, e dell’alone surreale, frutto al contrario del sin troppo pianificato stupore degli occhi, ne attesta l’instabilità. Distillandola nell’inversione del ballo muliebre, celebrato per vincere definitivamente l’angoscia funerea sulle note dell’hit della compianta Warda Al-Jazairia, e nell’ennesimo pistoletto dottrinale sul valore di reciprocità. A dispetto dell’ottima prova dell’intero cast, con l’intensa ed esperta Lubna Azabal sugli scudi nel ruolo di Abla, l’effigie del tenero neonato tradisce un certo schematismo. Che condanna Adam a trascinare gli ampi stimoli intellettuali ed emotivi nell’impasse dei ristretti paradigmi tematici. Anziché consentirgli di fungere da pregevole ed equo lievito poetico.

 

 

Massimiliano Serriello