Addio al nubilato: un “malincomico” women picture

Il versatile regista romano Francesco Apolloni, che nel documentario Un sueño a mitad – Un sogno a metà era riuscito a congiungere la fulgida dimensione mitopoietica della geografia emozionale agli emblematici chiaroscuri introspettivi dell’indagine storica, torna con il dramedy Addio al nubilato – disponibile su Amazon Prime Video – ad abbracciare gli stilemi del cinema di finzione.

L’esplicito proposito di omaggiare l’intesa femminile, già brillantemente scandagliata da diversi cult movie d’oltreoceano (da Lettera a tre mogli di Joseph L. Mankiewicz a Voglia di tenerezza di James L. Brooks; da Fiori d’acciaio di Herbert Ross a Le amiche della sposa di Paul Feig), passa anche attraverso la fragranza della sincerità.

Palpabile sin dall’incipit. Con il movimento di macchina all’indietro che officia in chiave dinamica gli slanci delle donne nell’età verde. Scanditi parimenti dalla canzone Non sono una signora di Loredana Berté. Il valore terapeutico dell’ironia serve a stemperare la punta di spina della nostalgia per i vent’anni trascorsi senza accrescere gli spazi dell’ingegno. Mentre la cura degli elementi ambientali tradisce l’impasse dei nani sulle spalle dei giganti, traendo troppo partito da esilaranti ed empatiche commedie sofisticate come Pretty woman di Gary Marshall, il festeggiamento dell’assurdo, insito nell’umorismo, affianca all’ovvia sensazione di déjà-vù qualche riuscita gag scevra dall’indolenza del copia e incolla. Così nell’albergo di lusso dove Akiko, Vanessa, Linda ed Eleonora seguono le tracce dell’ex compagna di avventure adolescenziali, finendo per scontrarsi, spesso e volentieri, le trovatine audaci, sulla falsariga della celebre serie tv Sex and the city, i lazzi buffoneschi, i doppi sensi parodistici, il repertorio di smorfie, abbinate talvolta ad afflitti corrugamenti, fungono da antidoto contro l’enfasi di maniera.

A lungo andare però la platealità dell’intento di unire la comicità demenziale a quella morale paga dazio ad alcune incongruenze di fondo. Certi calcolati scompensi nel ritmo, mandati a effetto per dare l’impressione di cogliere di sorpresa l’altalena degli stati d’animo, sono contraddetti dall’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici ad appannaggio delle mere opere di confezione. La caccia al tesoro in limousine, gli amari bilanci esistenziali, le dolci reminiscenze giovanili, il carattere di festa frammisto ai tristi nodi che vengono al pettine step by step, l’intarsio indelicato di prese in giro ed edificanti perorazioni mirano in alto. Per poi cadere in basso. La vivacità dell’affresco risente dei ritrattini abbozzati alla bell’e meglio, delle fittizie figure di fianco, dell’ovvia atmosfera rapita nel parco tematico di Cinecittà World, con l’apparizione sul grande schermo dell’amata Bertè, del frasario d’accatto nascosto dietro gli arcinoti simboli dell’illusorio benessere finanziario. Al posto dell’opportuno crescendo dei funambolici intoppi grotteschi, preferiti alle pose imperiose ed estatiche da dive, affiora lo scarso coagulamento espressivo degli accenti faceti e delle sfumature romantiche.

L’idea iniziale di deridere l’aura stregata, fuori tempo massimo, alla Grand Hotel di Edmund Goulding, rendendo invece partecipi gli spettatori dei brividi “malincomici” connessi alla strampaleria dei vari incidenti di percorso, si evapora man mano. Lasciando spazio all’ordinario gioco d’incastri che, nel voler abbrancare pure l’attenzione del pubblico meno interessato agli apologhi sull’affiatamento muliebre con l’ampio margine d’enigma e il colpo di scena del giallo in grado di chiudere il cerchio, trascina l’allegoria sulla verità dei sentimenti in una vertigine mentale incline al ridicolo involontario. Alla medesima stregua delle false piste messe prima in caricatura. La prova recitativa del cast, a eccezione dell’alacre Laura Chiatti, brava nel ruolo di Linda ad anteporre i profondi silenzi afferrati dai piani ravvicinati all’infruttifero frastuono dei soliti schiamazzi e al contraltare degli smisurati sospiri, scimmiotta sia le folli ed estroverse stramberie di Una notte da leoni sia le prevedibili convenzioni di A wedding party. La mutevolezza dei timbri stilistici che riempono l’arco narrativo, dalla farsa fracassona e kitch alla favola chic ed eterea, alza il tiro nell’epilogo con l’inno al tempo trascorso. Addio al nubilato vorrebbe celebrare in tal modo la vittoria degli accordi sui disaccordi, dello spettacolo ottimistico sullo sprezzante disincanto. Tuttavia l’arpeggio dei toni sommessi, dischiusi dall’esame comportamentistico, stona rispetto alle freddure introduttive. Il calore umano delle donne che scoprono di possedere una sconfinata ricchezza nella mutua indulgenza, ed ergo nell’egemonia dello spirito, non supera la soglia dell’intrattenimento. A corto davvero d’impegno poetico.

 

 

Massimiliano Serriello