È un viaggio interiore alla ricerca della fede che anima nel tran tran quotidiano scandito dalla quiete nel monastero delle benedettine di Santa Cecilia in Trastevere la Virtù Teologale della speranza, attraverso gli aspetti chiave contemplati dallo scandaglio esistenziale, quello compiuto dall’ambizioso Massimiliano Camaiti in cabina di regìa col documentario Agnus Dei oppure paga dazio all’impasse dei viaggi solo ed esclusivamente esteriori avvezzi a veleggiare in superficie invece di andare in profondità?
L’implicita risposta, ai fini d’una disamina critica attenta ad analizzare appieno la narrativizzazione della cifra stilistica ed espressiva dell’autore alle prese con l’ispirazione poetica connessa all’informazione culturale sprovvista dell’appeal della recitazione dei film di finzione, risiede inequivocabilmente nella scrittura per immagini portata ad effetto per l’occasione. Trascendendo così qualsivoglia buona intenzione.

Per anteporvi la polpa della forza significante degli elementi di rivelazione al posto dell’inane gelatina dei colpi di gomito. Nell’incipit, dopo la dedica dell’autore alla figura paterna, il passaggio graduale dalla nascita dell’agnello coperto di muco all’amorevole asciugatura materna ed ergo alla stimolazione alla respirazione, in seguito al riconoscimento da parte della pecora del sangue del suo sangue per mezzo dell’olfatto e dei belati precedenti la prima poppata, una volta presa confidenza delle attività motorie, sino ad arrivare allo skyline, preceduto dall’ouverture su monitor nero alla maniera di Lars von Trier, del luogo di preghiera in questione, visto dapprincipio dall’esterno, risulta abbastanza risaputo. Ovviamente neppure la posteriore visione dall’interno dell’edificio sacro basta ad assicurare alla riflessione sulla realtà vissuta sull’esempio dei santi, con l’intero mondo raccolto in unico raggio di sole come catalizzatore d’inestinguibile fiducia nell’avvenire, un ruolo di particolare interesse. Lo stesso vale per l’effigie della facciata settecentesca, del portico con le glaciali ma al contempo evocative colonne romane, dell’altare col ciborio di Arnolfo di Cambio in lontananza frammisto nell’ingresso alle celle e all’interazione tra suoni diegetici, ravvisabili sia nelle campane e nel canto del coro dentro sia nei volatili fuori, ed extradiegetici. In possesso comunque d’un determinato appeal per suggellare i valori emotivi dell’assunto. Reperibili nel sottosuolo degli specifici gesti profusi dalla monaca incaricata nella cura di due giovani agnelli necessari ad adempiere, secondo tradizione, al rituale della tessitura e benedizione dei palli destinati al Papa e agli Arcivescovi Metropoliti.

Il procedimento coi cesti contenenti gli agnelli appena capaci di sgambettare, il risalto dato palmo a palmo all’avvicendamento d’interni ed esterni, col tormentone della pioggia battente sugli scudi, l’allattamento supplito dal biberon inclinato in modo da ghermire delicatamente il labbro superiore d’entrambe le bestiole cullate alla stregua della Madre per eccellenza con Gesù, nel quadro rinvenibile nel monastero, che unisce ambedue le scene mediante l’esplicito match-cut visivo, stentano ad approfondire la fase di allevamento delle benedettine in attesa dell’imprescindibile tosatura. Eseguita per permettere poi alle monache di ricavare dalla bianca lana, lavorata col dovuto scrupolo, le stelle di striscia di stoffa richieste in merito alla preparazione dei palli. Tuttavia non è il pallio, che decorato con le canoniche croci neri raffigura simbolicamente la pecora portata sulle spalle dal vescovo delegato in quanto ritenuto buon pastore ad assumere il titolo di metropolita, a garantirsi uno spicco carico di significato. È la necessità rappresentativa ed elegiaca dei campi lunghi che ritraggono gli agnelli in transito nel monastero a richiedere l’esito di una riconfigurazione del racconto in base al punto di convergenza tra immagine e immaginazione. Senza il quale la costruzione fantasmatica legata alla reiterazione della ritualità traligna nell’infeconda meccanicità. A corto del valore simbolico.

Privo dell’idoneo supporto il valore emotivo, garantito dalla musica extradiegetica e dall’assoluta tenerezza generata dalla dedizione materna nei confronti degli agnelli in combinazione con l’ambito ascetico della clausura, va a caccia di grilli nel trapasso dal pontefice argentino a quello americano per il rito della tessitura. Giacché, come recita un noto motto popolare, morto un papa se ne fa un altro. I contrasti chiaroscurali esplicitati dalla scaltra fotografia, tentano di porre viceversa in evidenza il contrasto tra i cenni colmi di significato e le iniziative in corso d’opera al contrario vuote. Il momento sulla carta risolutivo della tessitura per riscoprire il sacro nella limpida resa dei comportamenti, frammisti alle lettere spirituali, non regge la possibilità di ricomposizione concessa unicamente dal supporto del carattere d’ingegno creativo. La correlazione piuttosto scontata tra valore emotivo e carattere d’autenticità, anziché dare lirica trasparenza ai silenzi eloquenti a braccetto della manualità indirizzata alla cura degli agnelli col surplus crescente dell’affetto dispiegato palmo a palmo, mostra ineluttabilmente la corda nelle battute conclusive. Sancendo l’egemonia dello sguardo esteriore sullo sguardo interiore. Che trascina Agnus Dei nel novero dei documentari sprovvisti d’autentici significati concettuali. Che confondono così la ripetizione azzeratrice della dinamizzazione degli eventi e dei personaggi con la scambievolezza tra esplorazione ed evocazione. All’origine del teatro di agitazione/attrazione. Abituato ad accrescere di spessore sul grande schermo il nitore tanto poetico quanto dinamico della ritualizzazione.
