L’esplorazione in chiave sperimentale, attraverso cioè una scrittura per immagini e l’uso del suono che esulano dall’ordinario, della preparazione all’azione ad appannaggio di determinate discipline olimpiche come il tiro a segno, il judo e la scherma significa anche convertire il versante pubblico in sfera intimista.
L’obiettivo, neanche troppo implicito, dell’esordiente regista milanese Giulio Bertelli, laureatosi all’Architectural Association di Londra, consiste nell’approfondire sulla scorta della forza significante riscontrabile nella correlazione del cinema con le altre sei arti il senso dell’antica parola “agón” (ἀγών) in ambito sportivo.

Corre quindi l’obbligo per chi è chiamato a fare da tramite tra gli spettatori e un’opera frutto del carattere d’ingegno creativo d’un autore tout court, alieno alle mere convenzioni narrative dispiegate abitualmente sul grande schermo benché al debutto, capire se il film d’esordio Agon riesca ad anteporre agli infecondi colpi di gomito l’aspetto percettivo capace di approfondire lo spirito di competizione. Insito nell’agonismo sano. Lontano anni luce dallo scopo di annientamento. Estraneo alla leale dedizione in battaglia contemplata dal Bushido dei samurai. L’accostamento dichiarato, ed ergo privo d’autentico mistero, delle tre atlete protagoniste in procinto di partecipare agli imminenti Giochi Olimpici a Cleopatra, Giovanna d’Arco e Nadezhda Durova, la prima donna ufficiale della storia militare russa, rischia di pagare dazio alle modalità esplicative dei vani ammiccamenti anziché estrarre il coniglio dal cilindro sul versante storico ed evocativo. L’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici insieme ad alcune inquadrature sghembe trascende viceversa i limiti dell’opera a tesi. Giacché impreziosisce l’abituale processo d’identificazione per mezzo di alcune tecniche di straniamento avvezze ad alterare la contemplazione del reale. Riferita, nel caso di “Agon”, alla sacrosanta egemonia dello sviluppo delle attività motorie e della virtù di buttare il cuore oltre l’ostacolo sulla ferocia d’un conflitto a corto di umanità. L’accorta, ed estrosa persino, orchestrazione – coi livelli di decibel generati dalle onde d’urto del tiro a segno che vede l’appassionata di caccia Alex Sokolov (Sofija Zobina) abbrancare un fucile calibro 12, le urla di sforzo al pari del capitombolo dei corpi sul tatami ribaltati dalla nerboruta judoka bresciana Alice Bellandi e l’eco del combattimento nei duelli a colpi di fioretto della campionessa di scherma Giovanna Falconetti (Yile Vianello) sugli scudi – serba dei preziosi momenti in cui s’annida la sicurezza nel ritmo del racconto vibrante. Meritevole di esibire nel training incrollabile l’intrinseca forma di memoria procedurale che automatizza ogni singolo movimento sopperendo all’ansia di recuperare appieno dagli infortuni.

Le voci di fondo nelle fasi ex ante, in itinere ed ex post di tutte e tre le discipline saldano il cerchio alla «brutale immersione» cara al teorico francese Laurent Jullier accrescendo la sensazione da parte dei fruitori solitamente passivi di partecipare attivamente alle vicende narrate palmo a palmo. Alla sensazione d’immersione del pubblico mediante la manipolazione speculare ed erudita degli emblematici elementi audio non corrisponde la medesima sottigliezza contenutistica ed espressiva sul piano della concitazione visiva dell’azione. Gli espedienti escogitati, riscontrabili nel fermo-immagine, nei raggi infrarossi, nelle riprese ravvicinate delle atlete che s’ingozzano, in barba al rigore della preparazione, tralignano l’efficacia dell’analisi degli stati d’animo, connessi al passaggio dal grido di dolore a quello di soddisfazione, nelle polveri bagnate dell’enfasi di maniera. Che nell’alternare i movimenti di macchina a schiaffo, per scuotere le platee in merito all’alienante solitudine patita dalle atlete nel cercare tramite il training lo zenith del livello di prestazione sportiva, alla velleità di stabilire un senso d’avvicinamento all’intimità delle atlete decise a migliorare le proprie performance, stentano ad afferrare sul serio i pensieri interiori custoditi nei volti carichi di tensione. La mirabile spigliatezza a ridosso tanto dei timbri pseudo documentaristici quanto degli interludi onirici cede presto il passo alla voluttà d’impastare elementi compositi secondo i discutibili canoni della prestanza spettacolare. Gli accenti nevrotici, dissocciativi persino, alimentano così una vertigine mentale d’ogni atleta col cuore in gola. Coi nervi scoperti. Con gli sguardi zeppi di pathos che si perdono quasi sempre nel vuoto. Con l’ansia di tenere desta l’attenzione pure del pubblico più avvertito che produce, stringi stringi, aria fritta. Nulla a che vedere perciò con la lodevole volontà autoriale di sfidare le pratiche comuni. La smania dell’ambizioso ma inesperto autore non raggiunge il traguardo prefisso.

Bensì tralascia le sottili sfumature, necessarie ad appaiare note gravi ed empiti inattesi di tenera letizia, preferendo la platealità che fa restare a bocca aperta solo ed esclusivamente i fruitori a corto di cultura. La grezza spontaneità di tratto dell’intero cast, appena contraddetta dalla schietta psicotecnica recitativa di Francesco Acquaroli e Michela Cescon nei panni assai banali di due motivatori poco incisivi, assume le tessere d’un cerimoniale banale di tonfi, grida di battaglia, figure uscite di sana pianta dai videogiochi, giustapposti alla realtà. Sostituita infine dalla sterile emozione estetica. Il carattere etico d’uno scandaglio attento sul serio all’involuzione che tramuta la concentrazione della preparazione all’azione sportiva nell’imbarbarimento feroce appare latitante. L’assordante concerto di echi e controechi dell’incipit perde man mano smalto. Lasciando la ribalta a una pleonastica foresta d’inutili simboli che lasciano il tempo che trovano. Il corrispettivo artistico, culturale ed emotivo dell’effigie della foga agonistica tirata allo spasimo prevarica l’intenzione di porre delle opportune distinzioni tra la voglia di superare qualsiasi ostacolo per mezzo d’una volontà costante in attesa di gareggiare sulla base dei princìpi cementati dal barone Pierre de Coubertin e il risvolto luciferino dell’annientamento di qualsivoglia antagonista. Agon nelle battute conclusive va ancor più a caccia di grilli nell’inane ricerca dell’autonomia autoriale che supera nella misura del racconto lo sforzo di veicolare a colpi d’ariete gli sforzi profusi nella summa degli stereotipi. Riassorbiti nei pochi film sperimentali degni di nota nella passione del vero, nella vena immaginifica, nel procedimento a strappi dei gesti perentori. Suggellati dalle attese meditabonde. La penuria al contrario d’aura contemplativa certifica in tal modo l’assenza pressoché totale in Agon di poesia. La voluttà di razionalizzare l’assurdo, appaiando alla logica competitiva lo stridore nascosto degli umori sotterranei avversi agli scontri bellicosi, traligna perciò la relazione concettuale dell’opera poetica nel deleterio poeticismo dell’ennesimo esperimento alternativo che fa molto rumore per nulla. Shakespeare docet.
