Con “I’ll Never Be the Same”, Akola affronta la paura dell’abbandono e quel senso di incertezza che può nascere quando si teme di perdere qualcosa o qualcuno a cui si è profondamente legati. Una fragilità personale che nel brano si apre a un sentimento più universale, raccontando anche quanto la paura possa condizionare il modo in cui viviamo il presente.
A fare da contrappunto al testo c’è una produzione energica, scelta per trasformare la vulnerabilità in movimento e reazione, senza affidarsi a sonorità necessariamente malinconiche.
Abbiamo parlato con Akola del nuovo singolo, del rapporto tra esperienze personali e scrittura e di come una canzone possa aiutare a guardare le proprie emozioni da una prospettiva diversa.
Al centro di “I’ll Never Be the Same” c’è la paura dell’abbandono: perché hai sentito l’esigenza di trasformare un sentimento così intimo in una canzone?
Perché penso che alcune emozioni, quando sono così forti, abbiano bisogno di trovare una forma.
Nel mio caso è stata la musica.
La paura dell’abbandono è qualcosa di molto umano e credo che, in modi diversi, tutti possiamo riconoscerci.
Non volevo raccontare una storia specifica, ma fermare quella sensazione e trasformarla in qualcosa di ascoltabile.
E poi trovo interessante come la musica riesca a rendere condivisibile anche qualcosa di molto personale.
Se una persona ascoltandola si ritrova dentro a quell’emozione, allora significa che è diventata anche un po’ sua.
A volte la paura di perdere qualcosa può impedirci persino di viverla fino in fondo. È una contraddizione che hai voluto raccontare consapevolmente?
Sì, assolutamente. È proprio una delle contraddizioni che volevo raccontare.
A volte siamo così concentrati sulla paura che qualcosa possa finire da non riuscire a viverla davvero.
È successo anche a me di pensare troppo a quello che sarebbe potuto succedere invece di godermi il momento.
Credo che il brano nasca anche da questa consapevolezza.
Non possiamo sapere quanto dureranno le cose, ma forse proprio per questo dobbiamo viverle senza trattenerci troppo.
La paura ci accompagna, ma non dovrebbe impedirci di provare qualcosa di bello.
Il titolo suggerisce un cambiamento irreversibile. Qual è il momento in cui, secondo te, un sentimento riesce davvero a trasformarci?
Secondo me ci trasforma quando smette di essere solo un’emozione e inizia a lasciare qualcosa dentro di noi.
Può essere un amore, una perdita, ma anche un incontro o un momento particolare.
A volte ce ne accorgiamo subito, altre volte solo dopo, guardandoci indietro.
Credo che il cambiamento arrivi quando quell’esperienza modifica il nostro modo di vedere le cose.
Ed è proprio lì che capisci che, anche se torni alla tua vita di prima, tu non sei più esattamente la stessa persona.
Quanto c’è di autobiografico nelle emozioni raccontate nel brano e quanto, invece, nasce dall’osservazione di esperienze universali?
C’è sicuramente una parte autobiografica, perché per raccontare un’emozione in modo sincero devi averla sentita almeno in parte.
Però non è il racconto di una situazione precisa della mia vita.
Ho preso delle sensazioni che ho vissuto e le ho messe insieme a emozioni che vedo spesso anche nelle persone intorno a me.
La paura di perdere qualcuno, il cambiamento, il bisogno di lasciarsi andare sono cose molto comuni.
Quindi direi che parte da me, ma non parla solo di me.
Ed è proprio questo che mi piace della musica: trasformare qualcosa di personale in qualcosa in cui anche gli altri possono riconoscersi.
La musica ha un’energia quasi liberatoria, mentre il testo parte da una condizione di fragilità. Perché hai scelto di non accompagnare queste parole con un sound più malinconico?
Perché non volevo che la fragilità diventasse per forza tristezza.
Anzi, per me c’era una sorta di forza proprio dentro quella vulnerabilità.
Ho scelto un sound energico perché volevo dare al brano una sensazione di reazione, di movimento.
Come quando attraversi un momento difficile, ma invece di rimanere fermo provi ad andare avanti.
L’energia della produzione rappresenta proprio questo: prendere un’emozione pesante e trasformarla in qualcosa di positivo.
Alla fine, volevo che il brano facesse emozionare, ma anche venire voglia di muoversi.
Scrivere di una propria vulnerabilità può essere anche un modo per comprenderla meglio? Che cosa ti ha lasciato personalmente questa canzone?
Sì, assolutamente. Scrivere di certe emozioni ti costringe un po’ a guardarle da fuori e a capirle meglio.
Mentre lavoravo al brano ho realizzato che spesso abbiamo più paura di perdere qualcosa che voglia di viverla davvero.
Personalmente mi ha lasciato una maggiore consapevolezza, soprattutto sul fatto che non possiamo controllare tutto.
Possiamo però scegliere come vivere quello che ci succede.
E forse questa è la cosa più importante che mi porto dietro da “I’ll Never Be the Same”: imparare a lasciarsi andare un po’ di più.