Al Dio ignoto: un film che trae partito da Nietzsche ed elabora il lutto

L’analisi dell’atroce scomparsa è al centro dell’asciutto mélo Al Dio ignoto, che, disponibile su Chili, trae partito dal titolo dell’omonima poesia del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. Oggetto di riflessione aliena all’enfasi: “Ancora, prima di partire e volgere lo sguardo innanzi solingo le mie mani levo verso di te, o mio rifugio, a cui nell’intimo del cuore altari fiero consacrai chè in ogni tempo la voce tua mi chiami ancora. Segnato sopra questi altari, risplende il motto ‘Al Dio ignoto'”.

Il tema dell’elaborazione del lutto, già affrontato con dovizia di semitoni, spettacolarizzati ad arte secondo gli scaltriti canoni hollywoodiani, dal comunque lodevole ed empatico Robert Redford in Gente comune, innesca però una cifra stilistica restia ad aggiungere stilemi ordinari ed echi filosofici. L’evidente lavoro di sottrazione riduce all’osso anche le componenti qualche volta troppo manieristiche della geografia emozionale. L’esperto regista veneto Rodolfo Bisatti, degno allievo del compianto Ermanno Olmi, seppur lungi dal seguire la falsariga dell’apologo cristiano connesso agli stilemi dell’apprezzato pudore poetico, tiene nella giusta considerazione gli stimoli forniti dalla mitopoiesi.

Per poi anteporre tuttavia al racconto favoloso rinvenibile nel rapporto tra territorio ed esseri umani un soppesato mix di documentario e finzione. Col risultato di perdere in efficacia recitativa quanto acquista nel carattere d’autenticità. L’apparente egemonia della freddezza analitica sul calore dei sentimenti, affidati di solito alla forza ammiccante – ancor prima che significante – della psicotecnica, sembra nuocere dapprincipio al palese desiderio di accostare la foresta ripresa spesso al buio, e percorso solo ed esclusivamente dagli scontati fasci di luce, all’incisività traslata. La metafora resta lì per lì in superficie. La storia di Lucia che, trasferitasi a Merano dopo la dipartita della figlia Anna per leucemia, non riesce più a intendersi con l’ombroso ultimogenito Gabriel, intento a percorrere con la bicicletta il parapetto di una diga vertiginosa, come atto di sfida al Creatore, non dà le vertigini ai cinefili abituati alla visione degli apologhi bergmaniani. Inoltre, a parte la pulsione di morte e la dimensione arcinota dell’incomunicabilità dispiegate sulla scorta di timbri piuttosto programmatici, le vicende dei due personaggi procedono ciascuno per proprio conto. Ed è una situazione d’impasse sopperita alla bell’e meglio dall’attento montaggio. Nondimeno l’inquadratura attraverso un abile ed emblematico movimento di macchina da destra verso sinistra cambia le carte in tavola. L’inversione di tendenza coincide con l’abile match-cut visivo che accosta la posa di una statua a quella di una creatura in carne ed ossa.

La dignità della madre ancora sconvolta dallo scoramento provato quando preferì far sedare la carne della sua carne, per risparmiarle la cognizione dell’ineluttabile trapasso, prende così piede man mano in chiave sempre più convincente. L’impegno profuso da Lucia in veste d’infermiera alacre e sensibile nell’hospice, nel quale le aspettative di vita dei pazienti terminali sono minime, ma la solidarietà non paga dazio ad alcun risparmio di antropica pietas, acquista, oltre a una realistica evidenza, un estro lirico. L’irrompere in scena dell’ironico ed erudito professore di filosofia Giulio, che rifiuta le discutibili frasi di benvenuto ed esibisce una lucidità disarmante in merito all’angoscia di avere i giorni contati, chiama in causa le composite sfumature apposte dall’attore al personaggio. Paolo Bonacelli fornisce una prova notevolissima, da quel grande ed esperto interprete che è, sebbene segni l’involuzione dell’intelligente scrittura per immagini. In quanto il passaggio dalla bassa all’alta densità lessicale mette in ombra il linguaggio in precedenza prevalente dei campi lunghi impreziositi dai rimandi in filigrana ad alcune atmosfere tipicamente checoviane. Gli eloquenti silenzi dell’immusonito Gabriel che, stanco di girare la foto della sorella scomparsa per praticare sport estremi nella speranza di spegnere l’interazione continua tra cuore e cervello, prende coscienza della verità dei ricordi, custoditi in antitesi con il vacuo frastuono del cicaleggio dell’irresponsabile padre, giungono dunque a proposito.

I confronti in zona Cesarini del simpatico Giulio con gli altri pazienti prossimi alla fine servono ad andare al di là dei limiti del referto sociologico sui centri di terapia del dolore. Benché emergano dei debiti sottobanco con alcuni nobili precursori. Le invasioni barbariche di Denys Arcand sugli scudi. Al Dio ignoto ricava insomma parecchia linfa dalle reazioni mimiche, dai sorrisi dolci, se non liberatori, dai confronti tra habitat agli antipodi tra loro, dallo sfogo panteistico in grado, nelle battute conclusive, di mostrare cosa significa la paura di cadere. Mentre l’intenso road movie Il ladro di giorni chiude il cerchio sublimando l’angoscia nel coraggio di buttarsi, grazie alla schiettezza dell’ispirazione di Guido Lombardi in cabina di regìa, Bisatti porta in primo piano gli aspetti insondabili dell’anima. All’inizio proibitivi. Nell’epilogo a portata di mano. Non ci trascina nell’applauso né intende farlo. L’abisso non si sconfigge. Tuttavia si affronta. Ed è comunque un antidoto lecito al desiderio di scappare, di rimuovere, d’inseguire la gloria e coprire di polvere la memoria. Al Dio ignoto, sia pure nei limiti di soluzioni tecniche sobrie, ed elementari persino, penetra la complessità della rimozione. Appaiando note gravi e aneliti di rinascita.

 

 

Massimiliano Serriello