Regista, tra l’altro, di 42-66 – Le origini del male e Me and the devil, Dario Almerighi firma Al termine del sole insieme a Lorenzo Lepori, reduce dal lovecraftiano Cieco sordo muto.

Gloria e Lilli, ovvero Elena Libertà Silvi e Francesca Montuori, sono due ventenni in cerca d’avventura.

Il loro viaggio inizia con l’autostop che le porta in una cittadina in cui si vocifera di una misteriosa comune gestita da un oscuro personaggio. Questi è il Nazariota, portato in scena da un istrionico e inquietante Fabrizio Bordignon. Le giovani incontrano altri ragazzi dediti ad un singolare percorso spirituale, ma soprattutto all’uso di sostanze stupefacenti, guidati dal loro carismatico maestro il cui braccio destro è Romolo, una sorta di discepolo iniziato alle arti esoteriche incarnato da Andrea Puglisi. Il Nazariota, con fare mellifluo, cerca di instradare Gloria e Lilli alla prostituzione, poiché non dispongono del denaro per pagare la retta. I soldi sono necessari al mantenimento della comune, ma soprattutto ai vizi del suo capo carismatico. L’alternativa che accettano è quella di andare porta a porta per vendere collanine e corsi di spiritualità con la scusa che il ricavato sarà speso per la costruzione del tempio, incontrando via via personaggi sempre più strampalati.

Al termine del sole è un film che si rifà direttamente ad Avere vent’anni di Fernando Di Leo, pellicola cult e super censurata del 1978. Il lungometraggio di Almerighi e Lepori possiede fin da subito quell’afrore che sa di marcio, e ciò rende inequivocabilmente omaggio ad un film molto peculiare, cinico e violento come quello del citato Di Leo. I nomi delle ragazze non sono casuali, poiché evocano quelli delle attrici protagoniste di allora, Gloria Guida e Lilli Carati, in un affresco brutale del crepuscolo dell’innocenza. Va inoltre ricordato che il Nazariota all’epoca era incarnato da un superbo Vittorio Caprioli. L’opera attuale però vive di luce propria ed è perfettamente aggiornata alla società odierna: si potrebbe parafrasare con Avere vent’anni nel 2025 grazie anche all’attualissima tematica dei social e la loro potenziale pericolosità. L’operazione mette in evidenza attori che bucano lo schermo, grazie ad un Fabrizio Bordignon che, nei panni proprio del capo carismatico, rende onore al personaggio. Questi è spaventoso, mellifluo, inquietante, grottesco e buffo, con un caleidoscopio di espressioni del volto così mutevoli da condurre lo spettatore in un incubo ad occhi aperti. Un plauso ai due registi di Al termine del sole è d’uopo, poiché non lesinano sul coraggio per la durezza dell’epilogo del film, che tracima nella violenza del branco con veementi acuti di disturbante brutalità. Al contrario Di Leo, suo malgrado, si trovò costretto anche a ricorrere ad un finale più conciliante nella versione censurata.

Tra i personaggi incontrati dalle giovani, da segnalare l’uomo col veleno, impersonato da un bravo Andrea Bonella nelle vesti di un aspirante suicida che racconta di sé tra ricordi e memorie di un oscuro passato in un discorso atto a preludere ad un deliquio esiziale. Vi è poi un cameo eccellente che riguarda il celebre scrittore e sceneggiatore Antonio Tentori nella parte di un uomo ucciso da una donna a martellate. Degni di nota i volti degli aggressori delle sventurate protagoniste, che sono davvero poco raccomandabili, grazie alla bravura degli interpreti. Merito anche di una sapiente regia che ne amplifica le caratteristiche, esaltando facce che nell’immaginario collettivo si potrebbero trovare nei peggiori bar di Caracas. Su tutti, però, merita una menzione d’onore Pascal Persiano, il capo branco, che trasfigura il viso in tal guisa da avvicinarsi ad una creatura proveniente dal mondo ctonio con lo sguardo animalesco. Il sound design più l’apporto della colonna sonora di Federico Giammattei rappresentano un ulteriore quid pluris per Al termine del sole, restituendo la sensazione di un’esperienza immersiva, così lisergica da disorientare emotivamente lo spettatore, insieme all’evocativa fotografia curata dallo stesso.

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