Sempre attento ad accorpare nei suoi riusciti dramedy i tre pilastri del cinema di finzione (trama, messa in scena, recitazione) insieme alla capacità di scandagliare in chiave malincomica personaggi empaticamente imperfetti, traendo altresì partito dall’inclinazione a convertire la dinamica cromatica in una dimensione riflessiva dell’altalena degli stati d’animo, il regista capitolino Simone Godano muta segno col documentario Aldair – Cuore giallorosso.

L’implicita sfida, con buona pace di chi attinge alle scorciatoie del cervello liquidando l’inversione di tendenza alla stregua d’una mera opera su commissione senza nemmeno aver visto il film, consiste nell’approfondire l’interazione tra sobrietà d’accenti ed eloquenti silenzi ad appannaggio d’una sorta di monumento vivente per l’entusiastica sponda giallorossa della Capitale d’Italia: l’ex difensore di calcio brasiliano Aldair Nascimento do Santos. Conosciuto semplicemente come Aldair.

Bandiera della A.S. Roma. Entrato nell’Hall Fame della gloriosa compagine in virtù dell’attaccamento alla maglia dimostrato in tredici anni d’onorata militanza a braccetto dell’inusitata combinazione esibita sul rettangolo verde di granitico tempismo nel recupero palla ed eleganza innata. Soprannominato Pluto dal giornalista Giuseppe Toti per via dell’andamento dinoccolato analogo a quello del simpatico cane della Disney dall’andatura al passo armoniosamente sciolta. Ai fini d’un’attenta disamina critica, scevra dalla pur inevitabile condivisione del pathos concernente le indimenticabili imprese compiute sui campi di calcio dall’uomo di sport tutto d’un pezzo e la sua garbata inclinazione ad anteporre il buon vivere della persona autentica al bel vivere dei presunti personaggi invidiati dai paria di turno, occorre valutare con cognizione di causa la scioltezza o meno in prima istanza della fase ex ante del documentario in questione. Per poi capire se le soluzioni stilistiche ed espressive portate ad effetto da Simone Godano in cabina di regia riescano a trovare un’alternativa valida ai suddetti pilastri del cinema di finzione. La sceneggiatura di gomma, redatta da Boris Sollazzo e Shadi Cioffi per fornire a Simone Sodano delle indicazioni di massima focalizzate sul fatto che si conosce poco riguardo la sfera intima d’uno dei calciatori più famosi della storia della A.S. Roma per l’encomiabile discrezione conforme alla persona estranea al protagonismo d’ogni personaggio debordante, consente soprattutto all’arguto ed eccentrico scrittore romano Sandro Bonvissuto d’intraprendere un viaggio in direzione del Brasile per svelare l’arcano. Lo scopo dichiarato è comprendere appieno le radici dell’idolo giallorosso tramite un accanito tifoso della Lupa equiparabile a primo acchito al sostenitore dell’Arsenal di Febbre a 90°. Applaudito adattamento sul grande schermo dell’omonimo libro di Nick Hornby. La visione del documentario di Simone Godano pone però palmo a palmo l’attenzione sulla scoperta dell’alterità connessa alla geografia emozionale. Ovvero qualcosa legata al senso d’identità, ed ergo ai vincoli di sangue e di suolo, che dapprincipio risulta estranea e in seguito, un po’ alla volta, diviene familiare. Per Simone Godano, in qualità d’autore anziché di mero esecutore pure distante dal cinema di finzione, la contemplazione del reale si va così ad appaiare alla geografia emozionale. Il percorso trasformativo del soggetto definito a tavolino, indicando su carta la forza significante dell’evoluzione intenta a convertire un rapporto superficiale in un legame imperniato sull’effettiva condivisione dei valori, avviene lontano, sotto l’aspetto contenutistico ed evocativo, dalla luce dei riflettori.

Mentre la pianificazione studiata per rendere trascinante l’immancabile rievocazione delle partite di Aldair in maglia giallorossa, attraverso le testimonianze degli illustri compagni di squadra, dal Principe Giuseppe Giannini all’idolatrato Francesco Totti, rientra nell’ordinaria amministrazione d’una visione d’insieme sprovvista del carattere d’ingegno creativo, necessario ad abbinare informazione culturale ed esplorazione poetica, nonostante l’apprezzabile lavoro di montaggio, il viaggio dell’eroe o, per meglio dire, dell’antieroe Sandro Bonvissuto coglie indubbiamente nel segno. Ed è proprio Sandro Bonvissuto la vera scoperta del documentario di Simone Godano. Al pari del campetto dove Pluto ha trascorso l’infanzia, a Banco da Vitória, paese Natale dell’idolo giallorosso, dei vicoli, delle stradine, degli spazi identitari diametralmente opposti alle banalità scintillanti dell’inane propaganda. La voce narrante nel corso d’una spontanea caduta della maschera a favore dell’affidabilità pratica ed eminentemente franca trova in Claudio Amendola l’attuatore ideale. Giacché conforme al senso d’appartenenza ravvisabile nel noto timbro romanesco intervallato da una pronuncia in perfetta chiarezza anche per gli spettatori estranei alla sonorità specifica della parlata capitolina. Ma resta pur sempre frutto d’una interpretazione. Quantunque impreziosita dalla condivisione reale dell’attore tifoso. In possesso, grazie alla mentorhisp naturale lasciatagli in eredità dagli illustri genitori doppiatori, d’una intonazione armonica, felpata e carezzevole che trasmette la sensazione di vicinanza emotiva alla graduale scoperta dell’alterità. L’esplorazione antropologica ed etnografica insita nell’azzeccata geografia emozionale ricava ancor più linfa dalla fragranza dell’autenticità. Colta dall’attento Simone Godano ritraendo in primo piano gli occhi lucidi del fratello maggiore di Aldair nel ricordo dei sacrifici compiuti da loro padre. L’innegabile eroe. Alieno al narcisistico trionfalismo. La combinazione stabilita accorpando i paesaggi riflessivi agli occhi che parlano nella famiglia di Aldair trascende i colpi di gomito ravvisabili nella pur coinvolgente raccolta di canzoni brasiliane e romane all’insegna d’una ammiccante affinità elettiva suggellata dal celebre rapper nostrano Tommaso Zanello alias Piotta con un brano inedito dedicato al campione soprattutto d’umanità proveniente da Bahia. In mezzo alla corroborante schiettezza del salto quantico, dalla conoscenza all’amicizia, che accompagna in parallelo il similare trapasso dal disincanto all’incanto, con Sandro Bonvissuto meritatamente sugli scudi tramite l’allineamento crescente alla determinazione interiore solida ma asciutta all’osso della Bandiera giallorossa venuta dal Brasile e dispiegata man mano in chiave chiaramente antitetica all’improntitudine dell’esaltazione ai limiti del ridicolo involontario, si avvicendano palmo a palmo volti consegnati alla memoria collettiva.

Da Zico (trentacinque partite al fianco di Aldair) a Cafu (centonovantasei partite con Aldair). Da Vincent Candela (centottantadue partite insieme ad Aldair) a Damiano Tommasi (centosettantotto partite gomito a gomito con Aldair). Da Marco Delvecchio (centoventi partite giocate al fianco del sobrio ed empatico difensore bahiano) a Fabio Capello (Allenatore della AS Roma dal 1999 al 2004) a Rosella Sensi (ex Presidente AS Roma). Sino ad arrivare a Carlo Verdone. L’attore-regista romano più rappresentativo. Che, incarnando ad hoc la vena malincomica cara a Simone Godano nell’ambito del cinema di finzione, spende per Pluto parole dense di sentimenti allergici alle ciance vuote dei salamelecchi di circostanza. Sono tuttavia i volti, da scoprire pian piano, consegnati alla memoria privata, dall’amico storico di Pluto, Roberto Rodrigues, al fratello maggiore Clodoaldo Ferreira Lima, ad alzare decisamente l’asticella. È comunque nel ritorno in Italia, a Roma, nell’interazione tra interni ed esterni, sancita da Pluto bussando alla porta della trattoria romana La Sagra del Vino, situata nel Quartiere Trionfale, dove Sandro Bonvissuto lavora come cameriere, senza rinunciare a filosofeggiare a braccetto col monumento vivente avvezzo a parlare in particolare con gli occhi in un Circo Massimo tendente al grigio senza i colori giallorossi sparsi a raggiera, che la geografia emozionale ridefinita da Simone Godano dietro la macchina da presa chiude il cerchio. Nel ricordo del Mondiale vinto da Pluto con la maglia verde-oro della Nazionale brasiliana, dello scudetto conquistato dalla A.S. Roma con Alda a un tiro di schioppo dal mesto addio alla professione del calciatore e, last, but not least, della rivelazione di sé avvenuta nel campetto dell’infanzia a Banco da Vitória. Celebrando, sottovoce, in speculare contrasto con l’atmosfera caciarona e goliardica concernente la gioia contagiosa profusa dai tifosi della Lupa nel cemento degli stadi, il piacere di colpire la sfera di cuoio imprimendole traiettorie ora perentorie ora suadenti. Aldair – Cuore giallorosso chiude quindi i battenti, nella condivisione di silenzi confortevoli ed echi ragguardevoli, snudando il carattere d’ingegno creativo d’un campione sempiterno, d’un autore fedele alla sua cifra stilistica finanche nell’apparente cambio di rotta e d’uno scrittore sanguigno ed eccentrico. Genuino ed estroso. Che serve ai tavoli, ride, scherza, medita. Sul supporto concreto dell’intesa virile. Al riparo dalle secche dell’enfasi di maniera. Sul confronto quotidiano con la catartica umanità. Con il paesaggio emotivo ed elegiaco scolpito sui volti che, eludendo qualsivoglia intralcio superfluo relativo ad aspettative rigide ed esagerate, convertono l’imbarazzo in fiducia.

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