Essere Inaccettabile è una raccolta che prova a guardare dentro le crepe dell’esperienza umana senza addolcirle troppo. Con Alessandro Bonanno parliamo di identità, di poesia oggi e di quella linea sottile che separa la confessione personale da una scrittura capace di parlare anche agli altri.

Poesia resistente… o poesia di resistenza? Come la vedi?

La distinzione è sottile ma decisiva. La “poesia di resistenza” sembra nascere in funzione di qualcosa: un contesto storico, un potere da contrastare, un’urgenza politica. È una poesia situata, quasi militante. La “poesia resistente”, invece, è una qualità intrinseca: resiste al tempo, al consumo, alla semplificazione. Non è necessariamente contro qualcosa, ma è irriducibile a tutto ciò che vorrebbe addomesticarla. Se dovessi scegliere, direi che la poesia autentica è sempre resistente, e solo talvolta — quando il mondo lo impone — diventa anche poesia di resistenza.

In un qualche modo può dirsi “politico” questa scrittura?

Il linguaggio poetico è un atto politico perché ridefinisce il dicibile, sposta i confini del pensabile, incrina le narrazioni dominanti. La poesia evoca connessioni immaginative e reinterpretazioni della realtà scaturendo un processo di indagine ontica alla ricerca della verità. Sviscerando i principi dell’essere, nell’esserci in relazione alla realtà che viviamo tutti i giorni.

Come scegli l’uso delle parole?

Il significato, la metrica, il ritmo… il suono…

Il flusso creativo nasce dall’esigenza di dare corpo ad un’esigenza interna e mettere nero su bianco un sentimento, dolore o vissuto. Trasformare l’emozione in parola, il peso in respiro, ogni poesia è un tassello del mosaico della mia esistenza che prende forma parola dopo parola, traducendo ciò che percepisco internamente e di cui non riesco a dare una voce di comprensione. Sul piano di struttura, utilizzo molte figure retoriche di senso (sinestesia, metafora e figure retoriche di struttura come, ad esempio, l’anafora oppure figure retoriche di suono come ad esempio l’elencazione. Per poter dare un ritmo dinamico ed incalzante.

L’inaccettabilità… un dono da riscoprire? Come ti poni di fronte alla società omologante?

L’inaccettabilità è una tensione interna che, se si ha la capacità, di saperla codificare come forza motrice, diventa di fondamentale significazione per resistere all’omologazione societaria. Non accettare non significa rifiutare tutto in modo sterile, ma mantenere una neutralità analitica, una distanza critica. La società tende all’omologazione perché semplifica, rende prevedibile, gestibile. Ma ciò che è umano eccede sempre questa misura. Essere “inaccettabili” vuol dire custodire questa eccedenza, anche quando è scomoda, anche quando non è immediatamente comprensibile. È un dono, sì, ma richiede coraggio: perché espone.

E come vivi nel quotidiano tutto questo? Resistente e inaccettabile anche lì?

Configurano come architravi ontologiche della mia esistenza. Esse plasmano il mio sguardo sul reale, affinando una coscienza che si fa vigile, interrogante, mai pacificata. Attraverso queste tensioni, la realtà non si offre più come dato immediato, bensì come campo problematico, da attraversare con lucidità e consapevolezza critica.

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