
Essere Inaccettabile è una raccolta che prova a guardare dentro le crepe dell’esperienza umana senza addolcirle troppo. Con Alessandro Bonanno parliamo di identità, di poesia oggi e di quella linea sottile che separa la confessione personale da una scrittura capace di parlare anche agli altri.
Alessandro, ciao. Nel testo “Qual è ora la mia essenza?” ti chiedi apertamente chi sei davvero. Ti capita ancora oggi di portarti dietro quella domanda?
La domanda qual è ora la mia essenza mi accompagna ogni giorno, in quanto mi obbliga ad una condizione introspettiva. L’opera Essere Inaccettabile ha come base concettuale l’indagine ontologica su cosa significa per me essere. Dunque, come antepongo, a me stesso l’importanza di abitare la propria esistenza. Per poter intraprendere tale indagine sono partito da due quesiti sulla mia esperienza:
Qual è un’esistenza che sia degna di vivere? Sono autentico nel vivere il mio essere all’interno del mondo che mi circonda?
Nell’opera mi sono soffermato sul tema dell’autenticità. L’autenticità nella sua etimologia significa vivere la propria esistenza rincorrendo il più possibile la trasparenza con se stessi, nell’interazione con il contesto che ci circonda. Al giorno d’oggi questa tipologia di concezione e più vicina all’utopia che alla sua realizzazione, in quanto viviamo in una società repressiva, che passivizza l’essere umano per renderlo conforme alle regole sociali per poter essere integrato. Facendo scaturire la rappresentazione della menzogna che viene tradotta in non autenticità. Dal mio punto di vista, l’inautenticità è una conseguenza alla frustrazione di non poter essere sé stessi e dalla paura di percepirsi inadeguati se si mette alla luce la propria natura. Dunque, l’inautenticità è solo una conseguenza nella mancata possibilità di vivere la propria essenza, ma non dalla volontà di mettersi i panni meschini della menzogna. l’inautenticità mi ha fatto percepire inferiore, inadeguato e dunque soffocato. Tale apnea ha procurato nel mio subconscio archetipi traumatici che sono sfociati nella follia e nei comportamenti autodistruttivi. Tramite le poesie ho voluto raccontare in maniera nuda e cruda le sfaccettature della mia essenza, a tratti folle, a tratti sensibile a tratti cosciente a tratti romantica.
La poesia contemporanea spesso resta confinata in nicchie molto piccole. Tu pensi che la poesia abbia ancora una funzione sociale reale oppure sia diventata un gesto più intimo, quasi segreto?
La poesia rappresenta la condizione dell’intimità nella sua dimensione funzionale: non come ripiegamento individualistico, ma come spazio di relazione che si inscrive all’interno del tessuto sociale. Nell’atto poetico l’intimità non si chiude nell’io, bensì si apre all’umano nella sua interezza, accogliendone anche le forme più dure e spietate. In questo senso la poesia assume una valenza eminentemente civile: essa si configura come esercizio di ricerca della verità. Proprio quando l’esperienza collettiva si immerge nell’oscurità della menzogna, la poesia diviene necessaria, poiché possiede la capacità di sospendere l’automatismo della percezione e di porre il fruitore in una condizione di ascolto attivo di fronte al reale. La sua struttura intrinsecamente polisemica la rende irriducibile a un unico significato e, proprio per questo, sottratta alla logica strumentale. La poesia è, in tal senso, fine a se stessa: un linguaggio che non si esaurisce nell’utilità. È proprio questa sottrazione alla finalità utilitaristica che la rende uno spazio asettico rispetto alle forme di manipolazione sociale. Nel momento in cui il lettore è chiamato a interpretare, a interrogare e a sostare nell’ambiguità del senso, egli diventa parte attiva di un processo conoscitivo. La poesia apre così un luogo di riflessione in cui il soggetto è invitato a indagare il non detto, il costruito, e, attraverso tale esercizio, ad avvicinarsi a ciò che può ancora essere chiamato vero.
In “Presente” scrivi: «Sei grazia fiorita nel tempo, nell’ombra di mancanze». È una poesia che sembra parlare a qualcuno di molto concreto. Quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi?
Essere inaccettabile è un’opera autobiografia che attraversa gran parte della mia esistenza. Più precisamente dall’ età adolescenziale fino ad oggi. Una cartina geografica in cui sono segnate le tappe maggiormente significative della mia vita, dove l’atto poetico si è rivelato in me sottoforma di dialogo. Un dialogo intimo, protetto, nel quale ho avuto la possibilità di osservarmi e capire chi sono davvero. Ed è proprio all’interno di quel flusso contemplativo che ho incontrato le mie paure e fragilità. Riconoscendomi e accettandomi La poesia non mi ha mai promesso risposte facili. Mi ha insegnato, però, a stare dentro le domande. A dare forma al caos, a trasformare l’emozione in parola, il peso in respiro. Scrivere è diventato così un modo per sopravvivere, per non perdere me stesso. Essere inaccettabile nasce dal bisogno impellente e primordiale di mettere a nudo la mia essenza tramite i versi e smetterla di nascondermi dietro a quella formalità menzionerà che tutti i giorni ero obbligato ad impugnare come arma per poter sentirmi alla pari degli altri. Raccontare senza peli sulla lingua, i miei deliri, fragilità, paure che con il tempo hanno subito una metamorfosi ma che ristagnano nelle istanze del mio subconscio e abitano ancora oggi il mio essere.
Guardando al tuo percorso, nato tra Vigevano e Milano, pensi che continuerai a muoverti soprattutto nella poesia oppure immagini di esplorare anche altri territori narrativi?
Vorrei esplorare il mondo poetico in tutte le sue sfaccettature, creando connessioni con altre discipline artistiche. Difatti sono in fase di sperimentazione e creazione di eventi che possano amalgamare poesia, danza e musica elettronica.
