In questa esclusiva intervista, incontriamo Alessandro Campaiola, talentuoso attore e doppiatore italiano, noto per aver dato voce a personaggi iconici come Steve Harrington in “Stranger Things” ed Eren Jaeger in “L’Attacco dei Giganti”. Alessandro condivide con noi le sfide e le gioie del doppiare ruoli così significativi, l’influenza della sua eredità familiare nel mondo del doppiaggio e la soddisfazione di ricevere un prestigioso riconoscimento. Con una passione innata per l’arte e una determinazione che lo ha portato a emergere nel panorama del doppiaggio, Alessandro ci racconta il suo affascinante viaggio professionale e i motivi per cui l’onorificenza ricevuta, da parte del “Premio Vincenzo Crocitti International”, rappresenta un traguardo importante della sua carriera. Non mancano parole di gratitudine per Francesco Fiumarella, il promotore del Premio Crocitti, che celebra e riconosce i talenti autentici del settore.

INTERVISTA AD ALESSANDRO CAMPAIOLA

Alessandro Campaiola, benvenuto su “Mondospettacolo”. Hai dato voce a personaggi iconici come Steve Harrington in “Stranger Things” ed Eren Jaeger in “L’Attacco dei Giganti”. Quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato nel doppiare questi ruoli, e come hai fatto a entrare nel personaggio per ciascuno di loro?

Affrontare questi due ruoli è stato motivo di grande orgoglio e di piacere. Sono un fan di serie come “L’attacco dei Giganti” e l’avevo vista in giapponese un anno prima che arrivasse in Italia, prima ancora che mi facessero fare il provino. La conoscevo benissimo.

“Stranger Things” è diverso, perché chiaramente non sapevo cosa stessi doppiando e non immaginavo il grande successo che avrebbe avuto. Tuttavia, l’attore Joe Keery mi è subito sembrato bravissimo, e infatti lo è davvero. Ho avuto la fortuna di lavorare a quella serie con Stefano Benassi, un direttore del doppiaggio straordinario e un grandissimo professionista, che mi ha guidato perfettamente per entrare nel personaggio.

Il mio approccio è sempre lo stesso, quello che uso ogni volta che svolgo il mio mestiere e che non si discosta affatto da quello dell’attore. Si tratta di lasciare fuori se stessi ed entrare nella mente e nei panni di qualcun altro. Ed è esattamente ciò che ho fatto in entrambi i casi, con grande piacere, perché si tratta di due serie molto belle con personaggi interessanti su cui mi è piaciuto molto lavorare.

Provenendo da una famiglia con una lunga tradizione nel doppiaggio, in che modo pensi che questa eredità familiare abbia influenzato il tuo approccio e la tua carriera nel mondo del doppiaggio?

Provenire dalla famiglia da cui vengo ha influenzato in modo significativo la mia decisione di intraprendere questo percorso. La cosa positiva è che si è trattato di una scelta totalmente indipendente, una decisione che ho preso da solo. Infatti, i miei genitori, in particolare, mi hanno fatto fare molto poco doppiaggio da bambino, quindi sapevo di cosa si trattasse, ma non lo praticavo spesso. Ho iniziato il mio primo turno a quattro anni, ma a differenza di molti colleghi che sono figli d’arte o che sono cresciuti nel settore, io non posso dire lo stesso. Sì, ho iniziato da bambino, ma ne ho fatto molto poco.

È stata quindi una scelta spontanea che ho fatto intorno ai sedici anni, a causa di determinate coincidenze di vita. Per esempio, mi trovavo a lavorare in un cinema perché le cose a scuola non andavano bene e mio padre mi mandò a lavorare. Lavorando diversi mesi in quel cinema, come tuttofare, ho capito che volevo lavorare nel mondo del cinema, volevo fare arte, volevo recitare. E quale miglior modo se non il doppiaggio, visto che la mia famiglia si occupava di questo da una vita, inclusi i miei nonni e bisnonni? Così ho deciso di seguire questa strada.

Crescere in un contesto dove l’arte era al centro, ripeto, ha sicuramente avuto un impatto. Mia madre, la famiglia di mia madre, e anche mio padre, che ha fatto il direttore del doppiaggio e ha lavorato nel cinema per tanti anni, hanno scolpito la mia scelta. Questo mondo è talmente bello, meraviglioso e folle che ha un fortissimo appeal.

Come ti sei sentito quando hai saputo di essere fra i vincitori del “Premio Vincenzo Crocitti International” e cosa rappresenta questo riconoscimento per la tua carriera?

Quando ho saputo di essere stato selezionato per questo prestigioso premio, è stato un motivo di orgoglio. Nonostante provenga da una famiglia che opera in questo settore da generazioni e abbia ricevuto molti aiuti, ho dovuto faticare molto per affermarmi. Ho lavorato duramente per arrivare dove sono oggi e poter dire di essere un professionista apprezzato. Questi riconoscimenti confermano i sacrifici che ho fatto nella mia vita per raggiungere i miei obiettivi, perché ci ho creduto, perché volevo farlo, e perché mi è piaciuto. Questo premio è meraviglioso. Molti anni fa lo vinse anche mio fratello come attore emergente. Ricordo che in quell’edizione vinse anche Alessandro Borghi, e il premio venne consegnato da Federico, il mitico Nino Benvenuti, che purtroppo non è più con noi. Quando ho saputo di aver vinto questo premio, ero davvero contento; è stato un vero motivo di orgoglio.


C’è un ringraziamento speciale che vorresti fare a Francesco Fiumarella, autore e direttore del Premio Crocitti, per il suo contributo al riconoscimento degli artisti nel settore?

Desidero esprimere un immenso ringraziamento a Francesco Fiumarella, che con il suo impegno valorizza il nostro mestiere e rende onore a un nome che, nel tempo, è divenuto quello di una vera e propria leggenda. Francesco promuove i veri talenti e premia l’arte autentica, che oggi giorno è sempre più difficile da trovare. Grazie di cuore a Francesco per il lavoro straordinario che svolge e un saluto caloroso a tutti.

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