Di bellezza parleremo ovviamente… una bellezza che è legata indissolubilmente al concetto di sentire emotivo, di connessione con l’uomo e con le sue cose… la vita non passa dai computer, forse per qualche suono digitale ma di base, questo esordio discografico, ha il sapore delle mani nude. Alessandro Cerea pubblica “Dirupi” e noi cerchiamo di avvicinarci come si fa con le cose preziose che durano pochissima fatica a rompersi… delicatissime nonostante l’apparenza rude.

Noi iniziamo sempre parliamo sempre di bellezza: per Alessandro Cerea, per davvero, cos’è la bellezza?
Per me la bellezza è una qualità che può avere la forma con cui vengono espressi i sentimenti. Non voglio addentrarmi in considerazioni filosofiche, ma credo che i contenuti – per ciò che riguarda i testi delle canzoni – siano sempre gli stessi, in un certo senso. Ciò che li rende unici è proprio la forma con cui vengono espressi, la scelta lessicale, la maniera di far vivere le parole attraverso la voce.

È un tempo assurdo questo, un tempo in cui la bellezza viene confusa con il contenuto… tu che ne pensi e come ti rapporti all’annoso problema di bilanciare contenuti ed estetica?
Personalmente cerco di partire sempre dal contenuto, ovvero cosa voglio dire e perchè. La bellezza la vado poi a cercare nei contenuti che produco liberamente, tra gli appunti, le bozze, gli schizzi, anche in forma potenziale. Quindi diciamo che alla base di tutto c’è un gran lavoro di selezione, che diventa poi punto di partenza per costruire le forme che determineranno l’estetica della canzone. Quindi l’estetica è per me una componente fondamentale, perché riguarda il momento creativo in cui entra in gioco la razionalità, l’equilibrio, il lavoro di lima e di perfezionamento.

Che poi questo disco chiede alla forma solo di essere contenitore… o sbaglio? Non mi sembra un disco che pone attenzione proprio sul “far vedere”… vero?
In un certo senso si, abbiamo cercato di produrre un album genuino da questo punto di vista.
Mi piace pensare a questo disco come un lavoro “disteso”, senza particolari ostentazioni tecniche. D’altra parte forse questo è uno dei vantaggi di far uscire un disco a trent’anni: hai meno smanie rispetto a quando ne avevi venti, ma in compenso ti ritrovi a dire più facilmente la tua verità.

Bella questa copertina… mare, rive, tempeste e tagli… ovvero?
Ti ringrazio. Devo questa copertina al lavoro di Ludovica Limido, una bravissima artista e fotografa della mia città. Con lei abbiamo cercato una comunicazione visiva che raccontasse questo viaggio partendo in un certo senso dalla fine, ovvero l’arrivo al mare dopo le montagne e le scogliere scoscese. Quindi il mare come limite ma anche, speriamo, come orizzonte di nuove avventure.

Dal vivo come suona un disco come questo?
Ho avuto la fortuna di riuscire a mettere insieme una band capace di restituire molto di questo album dal vivo, aggiungendo una componente sicuramente più viva e divertita alle canzoni. Con Alex Perrelli (chitarra), Angelo Torregrossa (tromba), Agu’ Marson (basso) e Giordano Rizzato (batteria) abbiamo per il momento deciso di far uso delle sequenze se non altro per non sacrificare il gran lavoro di arpeggiatori e synth che è stato fatto in studio, ma devo dire che stiamo andando nella direzione di trasformare le canzoni inglobando le sensibilità dei musicisti che non hanno suonato nel disco. Quindi posso dire che rispetto all’album nei miei concerti si sentono sicuramente delle differenze che lasciano maggiore spazio a vitalità musicale.

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