Alice Campagna è nata nel 2004 a Cuneo e cresciuta a Palermo. Si è diplomata in Amministrazione, Finanza e Marketing, si è iscritta all’università e, nello stesso tempo, ha cominciato a lavorare: prima al bancone di un bar, poi in un ufficio di assistenza clienti, dove sta ancora oggi. Molti dei suoi video nascono all’alba, prima di entrare in ufficio.

Sui social non interpreta un personaggio. È la stessa ragazza che a 12 anni sentiva dire in famiglia «devi fare l’avvocato» e «devi entrare in politica», e che al primo giorno di superiore si alzò e rispose al professore di voler fare «la politicante», convinta che fosse semplicemente il femminile di politico. Anni dopo, all’esame di maturità, una commissaria esterna — dopo un quarto d’ora — le chiese se volesse una carriera politica o giuridica: «Si vede. Lei ce l’ha nel modo di fare e di essere».

Da quella frase Alice non si è più staccata. Oggi usa Instagram per parlare ai coetanei di coraggio, etichette e dibattito pubblico: non per dire ai giovani cosa pensare, ma per restituire loro il diritto di pensarla con la propria testa, senza chiedere permesso. In questa intervista racconta le origini, il lavoro vero, i social e il sogno che la accompagna da quando era bambina.

Alice, presentati ai lettori di Mondospettacolo: chi sei, da dove vieni e come sei arrivata a Palermo?

Sono Alice, semplicemente una ragazza, una donna, una studentessa e una lavoratrice. Sono nata nel 2004 a Cuneo, ma sono arrivata a Palermo quando ero molto piccola, perché mio nonno materno era di qui e la mia famiglia decise di trasferirsi per poter stare insieme ai nonni.

In realtà di Cuneo non ricordo praticamente nulla, ho i racconti di mia madre, che è a sua volta nordica, di Milano, e i ricordi che mi ha trasmesso lei. Palermo, invece, è la città in cui sono cresciuta e che mi ha formata.

Penso che crescere in Sicilia abbia inciso molto sul mio modo di essere e di vedere il Paese. I giovani siciliani hanno tanta voglia di fare, di crescere e di mettersi in gioco. Però è innegabile che partono da condizioni diverse, con qualche opportunità in meno e qualche difficoltà in più, ma questo non significa avere teste meno grandi o ambizioni da ridimensionare, anzi, posso confermare essere tutto il contrario.

Ed una delle cose che vorrei fare attraverso quello che costruisco è proprio dimostrare che si può partire da qui e avere comunque la voglia di arrivare lontano e di fare più di ciò che si possa immaginare, con impegno. Restituendo il più possibile ciò che questa terra ci dà, a partire dai valori. La Sicilia e i siciliani non sono solo un’attrazione turistica estiva. Ed investire sulla Sicilia e sui siciliani credo sia l’investimento migliore che si possa fare, perché è davvero una grande terra. E lo riconosco, la valorizzo, pur conoscendo i grandissimi problemi che ci ritroviamo.

Cuneo e Palermo sono due Italie diverse. Quanto hanno contato queste due radici nel modo in cui parli e nel modo in cui vedi il Paese?

Sicuramente hanno inciso, anche se, paradossalmente, la mia conoscenza di Cuneo passa soprattutto attraverso i racconti di mia madre. Sono cresciuta a Palermo e quindi è questa la realtà che conosco direttamente.

Mia madre, però, essendo di Milano, mi ha raccontato spesso di un Sud che 15/17 anni fa veniva percepito in maniera ancora più diversa rispetto a oggi. Alcune discriminazioni esistono ancora, ma credo che il modo in cui si guardava al mezzogiorno sia cambiato.

E proprio da qui, secondo me, partono anche le prime etichette. Io lo dico sempre, al di là del mio luogo di nascita, sono orgogliosa di essere cresciuta in Sicilia e, se qualcuno vuole chiamarmi “terrona”, sinceramente non mi offendo affatto. Anzi, mi fa sorridere soprattutto quando questa parola viene utilizzata da chi si considera culturalmente progressista e poi finisce per riproporre esattamente quel tipo di pregiudizio che dice di voler combattere. Io penso che la Sicilia abbia un problema di opportunità, ma non di talento. Qui ci sono giovani con una voglia enorme di fare, di studiare, di crescere e di costruirsi un futuro. Forse devono combattere qualche battaglia in più rispetto a chi nasce in altre zone d’Italia, ma questo non significa che abbiano meno capacità.

E credo che anche questo sia uno dei messaggi che vorrei trasmettere, non bisogna confondere un punto di partenza più difficile con un destino già segnato.

In famiglia ti dicevano: «Da grande devi fare l’avvocato» o «devi entrare in politica». Tu come lo vivevi, da bambina? Era un peso o una spinta?

Lo vivevo in entrambi i modi: da un lato era un grande orgoglio, dall’altro, con il tempo, è diventato anche un peso.

Orgoglio perché sentire la mia famiglia credere così tanto in me mi ha sempre dato una grande spinta. Però, allo stesso tempo, mi sono sentita forse un po’ sopravvalutata. Ho avuto spesso la sensazione di dover dimostrare qualcosa in più, di essere continuamente in competizione, prima ancora che con gli altri, con me stessa.

Quella competizione, in alcuni momenti, è stata positiva, mi ha spinta a fare di più, a pretendere qualcosa da me stessa, a cercare di dare il meglio. In altri, però, mi ha portata a correre troppo. A sentire di dover dimostrare sempre qualcosa, anche quando forse avrei semplicemente dovuto fermarmi e pensare a me.

Quindi sì, è stata sicuramente una spinta, ma non sempre una spinta leggera. E forse è proprio da questa esigenza di dimostrare qualcosa che nasce anche una parte del mio carattere di oggi. Mi sono sempre sentita sotto giudizio, perché li ho sempre posti a me stessa. E proprio per questo sono molto autocritica, riconosco gli errori, ed amo mettermi in gioco, sottopormi ai confronti.

L’aneddoto della prima superiore è irresistibile: ti alzasti e dicesti «voglio fare la politicante». Cosa pensavi allora e cosa pensi oggi di quella risposta?

In realtà ho sempre pensato la stessa cosa del ruolo politico. La politica, per me, non è un classico mestiere, non è un posto fisso e non è una poltrona.

La politica è voglia di fare, è esperienza, è responsabilità. È amore per la propria terra e per il proprio popolo, prima ancora che per qualsiasi ideologia. Non vorrei mai entrare in politica con l’idea di dovermi costruire una carriera da difendere a tutti i costi, perché credo che, nel momento in cui la tua priorità diventa conservare la poltrona, hai già smesso di fare politica. E questo pensiero me lo porto da sempre.

Alla maturità una professoressa esterna, dopo un quarto d’ora, ti chiese se volevi fare politica o giurisprudenza. Quella frase ti è rimasta addosso. Perché, secondo te, “si vedeva” già?

Perché, come diceva quella professoressa, è semplicemente il mio modo di essere e di fare.

Sarò sincera, mi fa quasi strano riportare quelle parole, perché io semplicemente parlo, esprimo le mie idee, studio e mi informo. L’ho sempre fatto, senza avere necessariamente un obiettivo specifico. Però credo che quella professoressa, pur avendomi ascoltata per appena un quarto d’ora, abbia colto qualcosa del mio carattere: la voglia di parlare, di confrontarmi, di fare, di mettermi in gioco e, nel mio piccolo, di essere d’aiuto in qualcosa.

Probabilmente quella che oggi vedete sui social non è altro che la stessa Alice che lei aveva visto quel giorno, non una persona che ha deciso di costruirsi un personaggio per chissà che strano motivo, ma una persona che è sempre stata così.

Ti sei diplomata in AFM e ti sei iscritta all’università. Che percorso stai facendo e quanto è legato al sogno politico-giuridico?

Subito dopo il diploma mi sono iscritta a Giurisprudenza. Però non parto da una famiglia benestante, non parto da paghette e non parto da regali. Ho dovuto immediatamente rimboccarmi le maniche, sia per non pesare troppo sulla mia famiglia sia per potermi conquistare una prima indipendenza, due cose a cui ho sempre tenuto molto. Lavorare e frequentare Giurisprudenza contemporaneamente non è semplice. Ho dovuto prendere delle decisioni, anche in relazione ai cambiamenti avvenuti nella mia vita e alle prime spese che ho dovuto affrontare. Oggi sto cambiando facoltà e passerò a Scienze Politiche. E voglio farlo con il tempo che mi serve. Non voglio la fretta da parte di nessuno e non sento di dover dimostrare il mio valore in base alla velocità con cui riesco a laurearmi.

Il mio valore esiste già. La mia testa esiste già. E penso che questo sia importante soprattutto per chi, come me, parte da condizioni diverse e magari non ha avuto le stesse opportunità di altri. Avere un punto di partenza diverso non significa avere un valore diverso, né deve diventare un limite per dimostrare quello che si è capaci di fare.

Oggi lavori ancora in ufficio, in assistenza clienti, e molti video li registri la mattina presto, prima di entrare. Come si tiene insieme il bancone della vita reale e il palcoscenico dei social?

I video per me sono innanzitutto una passione e, se con il tempo potranno trasformarsi in dei progetti concreti, sarà per me motivo di grande orgoglio.

Mi sveglio volentieri, ormai da mesi, alle 6 del mattino per registrare, editare e pubblicare i video, così da poter poi entrare in ufficio alle 10. La sera prima scelgo semplicemente di cosa parlare, studio le notizie e cerco di informarmi il più possibile.

Da quando utilizzo i social è sicuramente aumentata la mole generale di lavoro. Ho anche una responsabilità maggiore, perché mi seguono tanti giovani e so che quello che dico può avere un peso. È diminuito anche il sonno, questo sì, ma lo faccio con tantissimo piacere. Non è mai stato un peso e non voglio che lo diventi. Anzi, penso che quando una cosa ti appassiona davvero, anche la fatica assume un significato diverso.

Dici che sui social non c’è un personaggio, sei tu h24. Quando hai capito che potevi mostrarti così, senza costruirti una maschera?

In realtà non l’ho mai dovuto capire, perché non ho mai avuto l’intenzione di costruirmi una maschera.

Non lo so fare. Non rientra nel mio carattere e non fa parte di me.

Credo che alla lunga sarebbe anche impossibile. Puoi costruire un personaggio per qualche video, ma non puoi sostenere una maschera per mesi o per anni.

Hai raccontato di aver dovuto superare imbarazzo, paura del giudizio ed esperienze personali difficili. Cosa ti ha sbloccata, alla fine?

Credo siano stati diversi fattori, ma sicuramente è stato fondamentale il fatto di essere cresciuta e maturata.

Ho imparato a fregarmene del giudizio degli altri, o almeno di quello che non è costruttivo. A un certo punto ho iniziato a chiedermi: ma io, concretamente, di cosa dovrei avere paura? Di chi? Di espormi in maniera educata, informata e rispettosa?

Anzi, paradossalmente, sono stati proprio i social a farmi capire quanto fosse importante farlo. Scrollando vedevo sempre più degenerazioni nel modo in cui venivano utilizzati questi strumenti.

E allora ho pensato: io perché dovrei avere paura di parlare?

Oggi penso che, in molti casi, chi insulta o cerca di sminuirti specialmente sui social, ti stia facendo, inconsapevolmente, uno dei complimenti più grandi.

Il tuo messaggio ai ragazzi è: non abbiate paura di essere ciò che siete e di dire ciò che pensate, con rispetto. Qual è, secondo te, il prezzo che un giovane paga oggi quando si espone?

Il prezzo più grande, secondo me, è quello di essere immediatamente ridotto a un’etichetta.

E questo, secondo me, porta tantissimi ragazzi a scegliere il silenzio. Non perché non abbiano idee, ma perché non hanno voglia di passare il tempo a difendersi dall’etichetta che gli è stata appiccicata. E sincera preferisco essere etichettata per quello che penso piuttosto che essere apprezzata perché non ho mai avuto il coraggio di dire nulla ma solo di “calare il capo” alle idee altrui.

Anche perché un’etichetta non è un’argomentazione. Se la tua risposta a quello che dico è “sei fascista”, “sei razzista”, “sei estremista”, non hai ancora risposto a quello che ho detto e probabilmente non ne sei nemmeno capace.

Dici che i giovani non sono disinteressati alla politica, ma sono stati abituati a pensare che esporsi costi un’etichetta. Da cosa lo capisci, concretamente, nella tua community?

Prima dei social non mi rendevo conto di quanti giovani in realtà si interessassero. Perché ci sono molti pregiudizi su di noi. Ma da giovane e da persona attiva sui social vi confermo che non è così. Ricevo quotidianamente tantissime domande da parte addirittura di minorenni, che mi ricordano molto me. Certo, esiste una buona parte dei giovani meno interessati. Ma perché nessuno li sprona a voler capire. Qui io avrei tanto da dire anche in merito alla gestione dei dibattiti nei talk show. Ma vi assicuro che se riesci ad arrivare ai giovani, a farti capire, a cercare di capire cosa loro pensano, rimarreste stupiti. E vi svelo anche un segreto, non è vero che tutti i giovani stanno a sinistra.

Parli di “egemonia culturale” e di una sola posizione ritenuta accettabile. Come spiegheresti questa idea a un ragazzo che non segue la politica tutti i giorni?

Egemonia culturale uguale riuscire a fare in modo che una determinata visione del mondo venga percepita come quella naturale, giusta, normale, mentre chi se ne discosta debba essere lui a giustificarsi.

E credo che per decenni una parte della sinistra sia stata molto più brava della destra a costruire questa egemonia: nella cultura, nell’informazione, nell’università, nello spettacolo e, più recentemente, anche nel modo di utilizzare i social. È qualcosa di molto sottile, un insieme di idee che, ripetute per anni negli stessi ambienti e con gli stessi linguaggi, finiscono per diventare il metro con cui giudichiamo anche le idee opposte. Ed è un problema nel confronto delle idee, se una delle due parte già da un vantaggio morale costruito da qualcun altro. Ed è questo che contesto e combatto. E non voglio sostituire un’egemonia di sinistra con un’egemonia di destra. Sarebbe semplicemente cambiare padrone, nonché ciò che, ripeto, combatto. Come? Con il pensiero critico, con la voglia di informarsi, di dibattere con chi la pensa diversamente.

Tu precisi di non voler dire ai giovani cosa pensare, ma di voler restituire il coraggio di pensare. Come eviti, sui social, di diventare tu stessa “la voce da seguire” invece che uno stimolo?

Beh oltre a dirlo constantemente, cerco di mettere a disposizione fonti, dati, articoli e documenti, soprattutto quando affronto temi complessi. E sono sicura sia così in realtà. Molte persone che mi seguono non concordano sempre in ogni cosa con me. Non voglio fedeli, non voglio essere idolatrata, non voglio fan. La politica non è questo, fosse così, avrei scelto altro. Non trattare di politica.

I tuoi contenuti sono politici, ma passano da Instagram, dal ritmo dei reel, dal volto e dalla voce. Quanto conta, oggi, saper comunicare come si comunica nello spettacolo?

La buona comunicazione è alla base di qualsiasi mestiere, soprattutto quando utilizzi strumenti come i social e parli di politica. Devi saper farti capire.

Io cerco di farlo il meno possibile “di pancia” e anche per questo punto molto sui video lunghi, andando un po’ contro l’idea secondo cui sui social devi necessariamente dire tutto in 30 secondi. No, se per spiegarmi bene mi servono dieci minuti, userò dieci minuti. Poi, ovviamente, il tono e la scelta delle parole sono fondamentali. Sappiamo quanto sia facile, soprattutto parlando di politica, cadere in una trappola linguistica, essere fraintesi e strumentalizzati. Comunicare politica sui social oggi non è affatto semplice, devi riuscire a essere chiara senza sacrificare la complessità. Ma credo che la sincerità, razionalità, pragmatismo ed educazione siano alla base di una buona comunicazione.

Ti è mai capitato di essere attaccata o etichettata in modo pesante? Come reagisci e cosa tieni, di quelle reazioni?

A voglia! È brutto da dire, ma ormai è quasi “normale”. Sono dichiaratamente di destra, sono divisiva e ne sono consapevole. Per quanto cerchi di combattere le etichette, non sono wonder woman. Sinceramente mi aspettavo anche di peggio, finora ho ricevuto le classiche etichette, ma nulla di particolarmente pesante. Come reagisco? Sorrido con un occhio e mi dispiaccio con l’altro. Non tanto per l’etichetta nei miei confronti, quanto per l’atteggiamento di chi la utilizza, soprattutto quando arriva da un ragazzo giovane. Perché è diventato “normale”?

C’è un politico, un giornalista o un comunicatore — di qualunque schieramento — che ritieni un esempio di come si dovrebbe parlare in pubblico?

Dal punto di vista comunicativo apprezzo e ho apprezzato persone molto diverse tra loro. È innegabile, per esempio, la capacità comunicativa di Giorgia Meloni. Al di là delle idee che si possono condividere o meno, ha una capacità straordinaria di parlare alle persone. Ma potrei citare anche Capezzone, rimanendo nel contemporaneo, oppure Berlusconi, Berlinguer e Craxi. E per me è proprio questa la dimostrazione che saper riconoscere una buona comunicazione non significa necessariamente condividere le idee di chi comunica. Da queste persone, come da tante altre, ho imparato qualcosa e, in qualche modo, hanno influito sul mio modo di comunicare.

Hai scritto che il lavoro in assistenza clienti è “ancora per poco”, visti gli obiettivi. Cosa c’è dopo? Politica attiva, diritto, media, o un mix?

Ci sono diversi progetti, obiettivi, idee. Alla base c’è tanta voglia di studiare e fare esperienza. Non c’è una candidatura politica, c’è voglia di portare avanti gli strumenti con cui oggi ho iniziato questo percorso e di poter fare ciò in cui credo, dico solo questo.

Un consiglio a una ragazza della tua età che ha opinioni scomode e paura di dirle ad alta voce.

E le direi una cosa che ho imparato sulla mia pelle: non devi convincere tutti. Non devi nemmeno evitare che qualcuno ti chiami con un’etichetta.

Devi solo fare in modo che, quando qualcuno ti chiede “perché lo pensi?”, tu non debba abbassare lo sguardo.

Se ti chiamano fascista perché hai detto qualcosa di destra, o estremista perché hai fatto una domanda scomoda, non è necessariamente un problema tuo. Il problema nasce quando inizi a censurarti preventivamente per paura che qualcuno possa chiamarti così.

Io preferisco mille volte una ragazza che dice una cosa scomoda e poi si mette a studiare per difenderla, piuttosto che una ragazza che dice la cosa giusta per tutti gli altri e non sa nemmeno più quale sia la propria opinione.

Non abbiate paura di essere impopolari. Abbiate paura di diventare persone senza un’opinione propria. Non esiste cosa più bella di esprimere, sempre con rispetto ed educazione, le proprie idee e saperle difendere. Quando inizi a farlo, credimi, non vorrai più smettere.

Se dovessi descrivere Alice Campagna in tre parole, quali sceglieresti?

Libera, determinata, forte.

https://www.instagram.com/alicecampagna_

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