Alita: Angelo della battaglia, Rodriguez “dirige” James Cameron

 
 
 
 
Il risultato è un’avventura in 3D incredibile dal punto vista visivo (onestamente, per essere pienamente apprezzata andrebbe visionata in una sala IMAX), ma che, ad un certo punto, si distacca dal plot originale del manga.
 

Un plot che si svolge in un mondo diviso dallo sviluppo tecnologico e dove abbiamo la città di Zalem, sospesa nel cielo, e Iron City, città discarica in cui il corpo del cyborg Alita (Rosa Salazar), dal cervello umano, viene trovato dal dottor Ido (Christoph Waltz), che provvede a ripararlo. Ma Alita ha perso tutta la sua memoria e il dottore, in breve, la educa come un Pinocchio al femminile, consentendole di iniziare a scoprire il mondo e le  tante emozioni umane, insieme a dei frammenti di ricordi delle battaglie passate.

Rodriguez, quindi, a modo suo reinterpreta Cameron e fa uso del motion capture e di tutti i ritrovati tecnologici della factory del cineasta, rendendo sempre più lontani i tempi degli esordi low budget che lo videro alle prese con opere come El mariachi; mentre a supportarlo è anche il cast di comprimari, spazianti da Jennifer Connelly a Mahershala Ali, rispettivamente nei panni di Chiren, ex moglie di Ido, e di Vector, ovvero colui che lavora per la sospesa Zalem e manovra in modo oscuro la raccolta di pezzi di ricambio umani e non.

Un’impresa difficile condensare in circa due ore di visione una vicenda che già sappiamo merita un seguito (o, almeno, queste sembrerebbero essere le intenzioni).

In Alita: Angelo della battaglia troviamo anche il motorball, gioco  per il quale l’autore del manga si è dichiaratamente ispirato al film Rollerball e che ben si sposa con la storia e le capacità del regista nel gestire le numerose sequenze d’azione, anche se alcuni ritagli romantici (necessari, probabilmente, per il grande pubblico) rischiano di far perdere il vero punto di vista del fumetto e, forse, anche dell’idea centrale di Cameron.

Quelli dei corpi che vengono modificati e di un’umanità condannata al 99% a vivere in un mondo discarica mentre solo l’1% è nel dorato mondo di Zalem sono temi da sempre cari alla fantascienza, sebbene la vita attuale appaia sempre più vicina al 2563 inscenato nel film. Lo sviluppo tecnologico è sempre più pervasivo e porta vantaggi solamente ad un numero limitato di persone, che possiamo contare con le dita delle mani.

Infine, è curioso notare come il nome del personaggio Alita sia stato preso da Aelita (Аэлита), film muto diretto nel 1924 da Jakov Aleksandrovič Protazanov e tratto dal romanzo omonimo di Aleksej Nikolaevič Tolstoj, che è considerato il primo kolossal di fantascienza dell’epoca. Come pure è curioso che lo storico Nikolaj Lebedev ne scrisse questa recensione: “Aelita è un tipico filmone commerciale, sontuoso, elegante, ben fotografato, ma ideologicamente vuoto ed esteticamente eclettico”. Curioso perché le stesse parole si sposano perfettamente anche ad Alita: Angelo della battaglia.

 

 

Roberto Leofrigio