La fascinazione della sognante utopia dell’impresa Fiumana, frutto dell’audacia frammista al carattere d’ingegno creativo dell’inobliabile poeta Vate Gabriele D’Annunzio, dopo aver spinto l’alacre storica dell’arte italiana Claudia Salaris, studiosa ed esperta del Futurismo, attratto dalla celebrazione dell’eroismo e dell’azione cara al sommo uomo di lettere nonché strenuo interventista, a ripercorrere lo spirito insurrezionale connesso all’occupazione della cittadina alto-adriatica sulle pagine del libro Alla festa della rivoluzione, ha sedotto il visionario direttore della fotografia Arnaldo Catinari.

Persuadendolo a tornare in cabina di regìa sul grande schermo, a oltre trent’anni di distanza dall’interessante mélo introspettivo ed esotico Dall’altra parte del mondo, per adattare la sua capacità di scrivere con la luce all’avventura alimentata dalla vittoria mutilata al termine della Prima Guerra Mondiale al pari dell’interazione tra ardore militare e trasgressione sociale congiunta al clima spionistico dovuto anche all’incerta stabilizzazione dei Balcani.

L’assunto narrativo, imperniato sulla rete di spie al servizio della sovietizzazione forzata ad appannaggio del potere bolscevico nella Russia comunista affascinata dalla costituzione di stampo socialista con l’entità statuale provvisoria denominata Reggenza italiana del Carnaro promulgata a Fiume da Gabriele D’Annunzio l’8 Settembre 1920 ma avversa alla spinta nazionalista volta ad anteporre l’egemonia dello spirito sulla materia al livellamento egualitario, nella fase di sceneggiatura, redatta a due mani insieme a Silvio Muccino, sembrerebbe però preferire il dinamismo dell’azione, esibito dietro le quinte della vita-festa che riuscì ad appaiare gli arditi reduci dalle trincee e i compositi esponenti delle avanguardie artistiche allora in voga, rispetto alla contemplazione. Ed ergo alla razionalizzazione dell’assurdo che contraddistingue la ricerca del lirismo evocativo. Nondimeno l’incipit in itinere, con la carrellata aerea in avanti sulla città in festa per la “santa entrata” in mezzo ai fuochi d’artificio di D’annunzio e dei suoi legionari scandita dalla voice over dell’avvenente ed enigmatica spia russa Beatrice, amalgama alla suspense pure una sorta di timbro elegiaco. Che trascende l’attitudine a convertire i motivi d’insicurezza in merito alla piega intrinseca degli eventi, con molti “amici del giaguaro” che tramano nell’ombra mentre il servizio controspionistico vigila con oscura fermezza, in pretestuosi coefficienti spettacolari. In linea comunque con l’evento epocale equiparato a una rivoluzione in forma di spettacolo per l’ascendente esercitato dal Vate sulle masse per mezzo della facondia roboante ed empatica. Le modalità esplicative rintracciabili sin dall’immediato prosieguo nel botta e risposta del medico disertore Giulio, fiancheggiatore degli ambienti anarchici avversi all’irridentismo, con D’Annunzio, riconoscente di aver riacquistato la vista grazie alla chirurgia refrattiva del giovane dottore ritenuto uno schietto sostenitore della cosiddetta “città di vita”, s’annodano al filo delle trascinanti emozioni pubbliche e private inducendo la disamina critica ad alcune riserve. Riguardanti il contrasto tra gli ovvi strumenti predisposti per trasmettere informazioni basilari di presa immediata e l’intreccio di piste cosparse d’indizi fuorvianti ed efferati omicidi. Altresì il confronto dell’intraprendente Beatrice col leader russo Dimitri Pavlov, seppur incarnato in maniera convincente dallo scalpitante e garbato Darko Perić, tradisce l’impasse di guadagnare sul versante della struttura a ping pong innescata dalle battute intente ad avanzare di pari passo col ritmo serrato ciò che ineluttabilmente perde nell’ambito delle paure ancestrali ghermite dal clima di mistero in antitesi con l’atmosfera festosa imperniata sulla gioia collettiva e sul ribellismo.

Ad alzare l’asticella a stretto giro di posta provvedono l’istrionica prova recitativa di Maurizio Lombardi nelle vesti del poeta stratega dell’inedita liturgia politica suggellata dal culto dei caduti insieme alla mobilitazione delle folle stregate dall’alta densità lessicale dell’aristocratico di massa avvezzo a convertire la teoria in prassi e la misuratissima performance di Riccardo Scamarcio nei panni dell’antagonista per antonomasia. Veicolato dallo sguardo glaciale al servizio della meticolosa attenzione dell’ombroso Pietro, responsabile dei servizi segreti nostrani, sia nel proteggere l’occupazione di Fiume dalle spire della sovietizzazione forzata sia nel risvolto parallelo a distanza compiuto dai Fasci di Combattimento capitanati da Benito Mussolini. Convitato di pietra dell’intera vicenda dispiegata dal poliedrico ed erudito Catinari ricavando linfa dall’armonia degli opposti. Ravvisabili nel lavoro di sottrazione, con la tendenza a togliere al visibile per aggiungere all’invisibile, e nella ridondanza espressiva. Non a caso lo spettacolo subalterno della recitazione trae partito dal formidabile pungolo fornito dalla solerzia di Scamarcio nell’eleminare ogni trepidazione superflua per sancire la natura metodica di chi acciuffa il proprio tornaconto dagli sviluppi imprevisti dell’intrigo. Sulla medesima falsariga, in base alla forza significante degli opposti che invece di annullarsi a vicenda cementano l’uno l’assoluta necessità dell’altro, la presenza scenica perfezionata dal gigionesco ed entusiasta Maurizio Lombardi, aderendo allo slancio esistenziale del poeta destinato a tralignare in rimpianto con la destrezza vocale e corporale portata ad effetto senza cadere nel ridicolo involontario dell’infeconda imitazione, armonizza l’estremo minimalismo dell’antagonista proto-fascista attraverso il piacere d’ascendenza teatrale di stare al centro dell’attenzione. Quando il focus dell’interesse devia viceversa sui binari dell’ennesima morte apparente, con Beatrice disposta pur di rendere pan per focaccia al carnefice della compianta madre ad apparire priva di vita simulando il decesso servendosi della refrattaria complicità del medico anarchico che predilige le frecce di Cupido all’urgenza di tener fede alla parola data al Vate, il piacere intellettuale del puzzle cede la ribalta agli stereotipi del surplus romanzesco. Che, compendiando l’estro strategico, la prontezza di riflessi e l’attitudine al corpo a corpo della Lady Vendetta di turno, impersonata da Valentina Romani snudando l’autentica emozione correlata al sottotesto con l’accorta ed elaborata combinazione di postura e gesto anziché col gioco fisionomico necessario a trasmettere tuffi al cuore complessi ed epidermici, provoca i deleteri sbadigli delle scaltrite platee conquistate di regola dagli intensi ritratti impreziositi dal lamento funebre (élegos) dei war-movie di particolare pregio culturale.

L’interpretazione del pur motivato Nicolas Maupas nel ruolo dell’imperturbabile Giulio stenta ad approfondire il bisogno di tramutare la capacità d’osservazione in un’arma di sterminio. Benché quando amoreggia con Valentina Romani, riassestando l’alchimia raggiunta sul piccolo schermo nella celeberrima fiction giovanilistica Mare fuori, si concentra in modo apprezzabile reagendo secondo copione agli stimoli ripristinati dal tête-à-tête con la partner in scena. L’apporto scenografico, indirizzato dapprincipio al tripudio dell’amor vitae e nelle battute conclusive al cruccio del cupio dissolvi, concorre in chiave organica a stimolare al meglio i vari figuranti mediante i fattori visivi incentrati sulla reminiscenza delle stampe d’epoca parallelamente al valore dell’immaginazione. Per saldare col carattere d’autenticità il carattere d’ingegno creativo dell’autore cinematografico, analogo a quello del poeta in possesso delle doti dell’ammaliatore e del motivatore, estraneo tuttavia alla scaltrezza del calcolatore politico, diviene indispensabile ricondurre la capacità di scrivere con la luce nelle sequenze risolutive. Con buona pace dell’eccessivo numero delle ipotetiche svolte, che tradiscono la discordanza dei diversi livelli stilistici chiamati in causa nel progressivo intervento degli stilemi dei risaputi crime televisivi delegati ad accentuare l’aspetto fantastico del racconto a discapito del suddetto carattere d’autenticità, i flashback utilizzati per sancire gli assilli ricorrenti di Beatrice, a causa dei torti perpetrati dall’algido Pietro ai tempi in cui era un soldato deciso a uscire dall’afflizione dell’indigenza, immergono pure i cinefili con la puzza sotto il naso in una resa dei conti fuori dall’ordinario. In virtù dell’abilità dell’esperto direttore della fotografia assurto a buon diritto come regista provvisto del guizzo dei franchi tiratori della fabbrica dei sogni ad autore tout court. Deciso collocare gli evidenti incubi a occhi aperti contrastati dai vari vagheggiamenti di libertà ed elezione spirituale al punto di convergenza d’ulteriori polarità cariche di significato. Dalla rivoluzione alla reazione. Dalla spettacolarizzazione alla consacrazione. Dall’occupazione alla partecipazione. Dal giubilo allo scoramento. Dall’esperimento d’una vita nuova al rientro nei ranghi. Alla festa della rivoluzione chiude quindi i battenti con la carrellata aerea all’indietro che incornicia Fiume nel momento in cui il Natale di sangue pone fine alla Reggenza italiana del Carnaro. Rifulgendo nell’atrocità dello scontro fratricida il rapporto tra immagine e immaginazione a braccetto d’una poeticità pronta a replicare alla Storia rispecchiando nel dinamismo dell’azione la contemplazione del reale.

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