Alla mia piccola Sama: un crudo, tenero dramma di guerra

Quantunque sconfitto nella corsa all’Oscar come miglior documentario, assegnato ad Animal factory nell’anno in cui l’industria del cinema statunitense ha assegnato il premio più ambito allo scaltro ed eterogeneo thriller Parasite di Bong Joon-ho, primo film non in lingua inglese eletto in tale Olimpo, Alla mia piccola Sama resta un autentico gioiello.

La crudezza oggettiva, concepita dietro l’insolita macchina da presa dall’esperto Edward Watts e dall’avventizia Waad al-Kateab, va di pari passo con l’aroma della tenerezza. Piuttosto insolita per un tipo di cinema avvezzo solitamente alla registrazione nuda e cruda degli eventi traumatici. La strana coppia, lungi dal potersi permettere di stemperare nell’ironia l’effigie straniante dell’abominevole dramma, spesso esibito ai limiti della sostenibilità emotiva, ricava linfa dai raccordi dell’apposito impegno in fase di montaggio.

L’intenzione di riprendere l’inferno ad Aleppo sotto l’assedio nel pieno dello sfacelo dovuto alla guerra in Siria spinge Waad al-Kateab a comporre un diario emotivo per la nascitura. L’idea, ovviamente aliena al gioco della finzione scenica, ricorda quella di Jimmy “Il Santo” Tosnia impersonato da Andy García nel crime movie coi risvolti da giallo psicologico Cosa fare a Denver quando sei morto di Gary Fleder. Ad Aleppo c’è ben poco da fare quando scarseggiano viveri, medicina ed elettricità e le bombe cadono sui civili. Tranne lottare per la sopravvivenza mentre l’ultimo lembo di superficie della Castello Road cede alla spaventosa ferocia. La cosa interessante, in un contesto per altri versi agli antipodi all’ampio margine d’enigma del modello d’oltreoceano, con i malati terminali che lasciano in una cassetta vhs un ultimo messaggio ai propri consanguinei, risiede nell’imprevedibile lavoro di sottrazione. L’ex studentessa in marketing, decisa ad affrontare la maternità a dispetto delle turpi premesse, cattura con la camera a mano la presenza sovrastante dell’inarrestabile azzardo funereo, gli occhi colmi d’angoscia della gente, gli sguardi nel vuoto ma anche il bisogno di trovare conforto in soste umoristiche. Con il valore distensivo di una battuta, unita alla parlata spontanea, al posto della densità lessicale.

La scrittura per immagini, accostata lì per lì alle inquadrature professionali dal nitore figurativo ben diverso del teatro metropolitano degli scontri, sembrerebbe finire, se non in una deleteria bolla di sapone, in secondo piano in confronto all’urgenza nobilitata dal sincero atto d’amore per la figlia. L’affacciarsi della Vita, con gli sposini che trascorrono la luna di miele nell’agghiacciante incertezza esacerbata dal clima d’indicibile crudeltà, merita un supplemento di applausi. Allorché un altro neonato nell’ospedale ridotto al lumicino è tratto in salvo sulla scorta della mirabile tigna dello staff medico l’ausilio dell’idonea perizia sembra davvero passare in cavalleria. A inchiodare l’attenzione del pubblico è dunque il motivo d’apprensione costante che mostra gli effetti della barbarie senza sottrarre nulla al pudore per dopo aggiungere, togliendo al visibile sull’esempio di Bruno Dumont, qualcosa all’invisibile. Alla base dell’aura contemplativa. Necessaria ad assicurare all’opera dalla dimensione dilettantesca, girata per scrupolo d’affetto, una valenza, sul versante dell’esplicita testimonianza, importante tanto quanto le soluzioni tecniche.

Quelle non tardano però ad arrivare sulla scorta del crescendo dell’opportuno contrappunto professionale di Edward, deciso a scorgere appieno pure le empie menzogne dei responsabili delle miserie umane e materiali. Anche se il ricorso alla metonimia, intesa come parte per il tutto, rinvenibile nel taglio ora secco ora nervoso di braccia, gambe, teste di adulti e bimbi, stretti d’assedio dalla paura, seppure desiderosi di uscirne indenni, appare troppo ripetitivo. Non si può pretendere altro da chi porta avanti un racconto di eroismo quotidiano in concomitanza dell’ingresso dell’alleanza anti-Assad nell’area dell’odiato potere. La rivoluzione della consecutio temporum, la partenza obbligata dai luoghi comunque vissuti fino in fondo e l’avveduto movimento di macchina dall’alto verso il basso, che sembra l’occhio dell’Onnipotente posato sul terremoto di spari e granate della zona est, chiudono quindi il cerchio. Conferendo inedita linfa all’intenso processo d’identificazione con gli abitanti d’un territorio sconvolto dalle efferatezze a catena. Eppure in grado di riverberare in Alla mia piccola Sama gli stati d’animo inclini all’empatica speranza per la creatura sfuggita alla carneficina.

 

 

Massimiliano Serriello