Dopo aver lasciato la vecchia strada per quella nuova, rappresentata con La stanza accanto dal primo film girato in lingua inglese imperniandolo sull’eutanasia congiunta all’esplorazione del cupio dissolvi frammisto all’amor vitae esibito dalle tinte sature della tavolozza variopinta ravvisabile nell’emblematica scenografia anteponendo però alla prova del nove l’inconsueto distacco emotivo a braccetto dell’entità fredda dell’occhio meccanico rispetto alle peculiari tele pittoriche in grado di convertire la connotazione estetica fedele ai colori rosso fuoco della passione nell’estensione introspettiva dei personaggi scandagliati dalla lente d’ingrandimento dell’irrinunciabile metacinema, l’esperto regista spagnolo Pedro Almodóvar torna nell’ultima fatica Armaga Navidad ad accorpare il piacere di giocare in casa, tra la capitale iberica e l’isola di Lanzarote, all’atmosfera immersiva garantita dall’abituale frondosità evocativa.
La questione cruciale, ai fini d’una disamina critica scevra dall’impasse di veleggiare in superficie, col rischio di applaudire per partito preso il ritorno all’antica dell’autore originario di Calzada de Calatrava senza sviscerarne a fondo la rediviva capacità di tenere salde le redini d’un racconto improntato tanto sul pluralismo d’ascendenza pirandelliana dei punti di vista, per cui come si suol dire a Roma “ogni capoccia è un tribunale”, quanto sul risvolto onirico sancito dai richiami citazionistici ad appannaggio del rapporto tra immagine e immaginazione, risiede nel capire se davvero la confort zone, relativa anche all’interazione tra habitat ed esseri umani, abbia permesso al carattere d’ingegno creativo di Pedro Almodóvar, appannatosi nella mesta trasferta d’oltreoceano mediante un rigore prospettico estraneo alle sue corde, di riprendere a marciare a pieno regime.

L’alter ego del celebre regista Raùl Rossetti, rimasto a digiuno d’idee capaci di ricondurre sul serio il filtro dei ricordi all’analisi viscerale degli intrecci sentimentali avversi alle algide convenzioni sociali, scomoda, ai limiti del copia e incolla, numi tutelari della levatura di Federico Fellini. Una volta chiarito l’arcano, mostrando l’autore in cerca d’ispirazione mentre batte le dita sulla tastiera del computer e muove idealmente i fili dell’immusonita regista di spot pubblicitari Elsa afflitta dall’emicrania sebbene sorretta dal probo partner Bonifacio di professione vigile del fuoco che nei weekend arrotonda in veste di spogliarellista avvezzo a mandare in visibilio i profili di Venere di turno, l’involuto Pedro Almodóvar sembra pagar dazio alla pigrizia del carattere d’ingegno creativo attinto dai nani sulle spalle dei giganti. Mentre dapprincipio, al posto dell’arduo carattere d’ingegno creativo in ballo, prende piede la fragranza della sincerità attribuibile al corroborante carattere d’autenticità di Elsa quando svela in ospedale alla capo sala ficcanaso che l’etichetta affibbiatale d’artefice d’opere cult rispecchia il fiasco delle proprie pellicole al botteghino e l’apprezzamento dei quattro gatti ritenutisi intenditori, grazie altresì al valore terapeutico dell’umorismo attiguo allo smascheramento della sterile vanità portata ad effetto dall’opportuna autoironia, la sospensione dell’incredulità cede presto la ribalta alla deleteria sindrome del profeta. Ai limiti del ridicolo involontario. La nociva egemonia dell’autoreferenzialità, ed ergo della pleonastica autoindulgenza, sull’autoironia trasforma le struggenti melodie dell’ennesimo canto consolatorio, costituito dai canonici brani di ranchera accompagnati secondo l’ovvio rituale da chitarre e mariachi, in una lagna insopportabile.

La festività natalizia, anziché ricavare giovamento dal metaforico viaggio in parallelo suggellato dall’immersione nella finzione relativa al fatidico 2004 frutto dell’immaginazione a corrente alternata dell’autore con le polveri bagnate e dall’ammiccante ritorno al futuro contraddistinto dalla sempiterna relazione della contemplazione del reale con l’instabile ed elegiaca vena ispirativa, sguarnita dell’appeal esercitato in passato dalla basilare componente misteriosa, è programmaticamente giustapposta al ritornello dell’incanto scalzato dal disincanto. Le aspettative ingenerate dal vagheggiamento dei versi sciorinati nell’incipit attraverso la canzone del compositore messicano José Alfredo Jiménez (“Finiscila in una volta sola, con un sol colpo. Perché vuoi uccidermi a poco a poco?”) sono sacrificate sull’altare d’un pleonastico itinerario autobiografico, autoriferito e autoindulgente. Che, a parte qualche azzeccata nota intima, riscontrabile negli scontri di Raùl con la collaboratrice franca di cerimonie Monica intenta ad accusarlo di servirsi del dolore altrui per conferire originalità alla modesta parabola sulla fragilità dell’autrice mancata Elsa ossessionata dalla prospettiva di dirigere nuovamente film di notevole pregio psicologico per uscire dalla prigionia dell’elaborazione del lutto dovuto alla dipartita dell’amata madre, trascina nell’ingannevole dinamica di ripresa del campo e controcampo le vibrazioni sottopelle appartenenti alla fabbrica dei sogni. Scomodata invano dall’incrociarsi degli sguardi, dai rigidi piani d’ascolto, dagli scontati match-cut visivi, chiamati ad amalgamare senz’acume alcuno verità e artifizio, per gremire l’intreccio d’inutili rimandi ad autori con la “a” maiuscola, distanti anni luce dal compiaciuto Pedro Almodóvar, orfano della destrezza di scorgere l’universale nel particolare per garantire al gusto formale del barocchismo crepuscolare il surplus contenutistico della tensione morale, tralignando, viceversa, le vicende muliebri di Monica ed Elsa nell’avvicendamento trito e ritrito di arte ed esistenza. Sprovvisto dello spettacolo principale della regìa abituata ad accoppiare le parentesi facete, la convivialità pittoresca, l’equilibrio malincomico all’intelligenza di deridere le derive del nutrimento emotivo alimentato dalla smodata ambizione.

La voluttà di rinnegare i canoni cartesiani attinti pretestuosamente con La stanza accanto, fondendo alla bell’e meglio la riflessione sul fine vita all’occhio solo apparentemente onnisciente della freddezza clinica frammista ai rimandi postmoderni a The Dead – Gente di Dublino, mette la ritrovata prevalenza della sapiente bizzarria sull’algida linearità di menare, stringi stringi, il can per l’aia. Raúl, messo con le spalle al muro dalla lettrice prediletta, consapevole di relegare nell’ombra il partner Santi sulla medesima falsariga di Elsa con Bonifacio, riserva nell’epilogo, assai telefonato, il capriccio del colpo di coda. Regredito a inerme ed effimero colpo di gomito da Pedro Almodóvar. La cui indole narcisistica ed eccentrica lo porta a decorare di velleitaria magniloquenza decadentistica, vecchia oltretutto come il cucco, l’impalpabile enigmismo. Affidato al mix d’interni rivelatori ed esterni incantatori. Con l’estrosa tecnica di viticoltura praticata nelle Isole Canarie in un muretto semicircolare in pietra lavica costruito attorno a una buca di tre metri per preservare le viti ivi piantate dagli impietosi venti atlantici sugli scudi. Lo spettacolo secondario della recitazione, che affida alla pur incisiva Bárbara Lennie nel ruolo di Elsa, costretta nel ponte dell’Immacolata ad affrontare lo scarso interesse per il tran tran giornaliero antitetico al suo orologio biologico, e ad Aitana Sánchez-Gijón nella parte della sprezzante assistente di lunga data di Raúl l’ingrato compito di sottrarre all’ovvietà la tiritela sugli autori, rimasti con pochi spunti, tramutati in vampiri disposti a violare l’intimità delle persone vicine pur di ovviare al canonico blocco dello scrittore, pesca negli stereotipi, nei clichés, nei luoghi comuni. Alieni ai densi luoghi riflessivi solo ed esclusivamente sfiorati dall’estemporanea incursione nella complessa opera di scavo compiuta in protezione della coltivazione estrema. La cultura terra terra che emerge palmo a palmo invece dall’intera visione di”Armaga Navidad stenta ad andare al di là della solita minestra riscaldata delle dinamiche manipolatorie e relazionali dei ladri d’identità narrative confusi per autori eletti ad angeli sterminatori di buñueliana memoria che trainano gli spettatori dai gusti avvertiti unicamente in prassi in un’atmosfera all’atto pratico soporifera. Spacciata, pure in zona Cesarini, per ammaliante. Ad maiora, e ci vuole pure poco, Senhor Almodóvar.
