Amata: il senso di maternità basato sulla condivisione

Distintasi per aver brillantemente esordito nel cinema di finzione con l’arguto dramedy a sfondo autobiografico Maledetta primavera, convogliando smarrimenti emotivi ed empiti di riscatto nel delineare il processo di trasformazione che converte l’amicizia femminile in ardore trascinante nonché ad antidoto contro qualsiasi impaccio comportamentale, l’ambiziosa regista romana Elisa Amoruso si è fatta apprezzare pure in virtù degli episodi diretti sulla scorta dell’opportuna scioltezza della serie televisiva The good mothers.

Ispirata a una storia vera concernente la voluttà muliebre di sottrarre la parte sana della società all’uso sistematico dell’intimidazione delle organizzazioni criminali. Adesso, col ritorno sul grande schermo, stabilito dall’approdo in sala dell’apologo sul senso di maternità Amata, la poliedrica autrice capitolina prende le debite distanze dalle mere opere d’introspezione dal sapore filosofico per riuscire ad appaiare il carattere d’ingegno creativo al carattere d’autenticità.

L’impresa, tutt’altro che agevole, richiede la destrezza di trarre partito sia dal dinamismo dell’azione ad appannaggio dei thriller sentimentali che tengono gli spettatori sui carboni ardenti sia dall’aura contemplativa della poesia. La vicenda, imperniata tanto sul diritto al silenzio della madre biologica che richiede la tutela della privacy dando il sangue del suo sangue in adozione quanto sul dolore sordo della donna afflitta da anni di sterilità in attesa che vengano accettati i requisiti per coronare l’infinito gesto d’amore nei confronti d’una tenera neonata, viene a galla ricavando linfa dalla contemplazione del reale. Relativa alla sequenza dell’intenso travaglio patito dalla riluttante studentessa siciliana fuori corso Nunzia, decisa fin dal principio a rinunciare alla propria creatura, Margherita, nata nella Città Eterna, mentre l’ingegnere edile Maddalena esce dal concerto tenuto dal coniuge pianista Luca in preda a un attacco di panico. La reiterazione della scena, sulla scorta dell’impostazione anticronologica dei piani temporali, rischierebbe di pagar dazio all’infecondo esercizio calligrafico se il ricorso al montaggio alternato e all’opportuno match-cut visivo, che individua l’elemento di collegamento nell’incertezza che attanaglia entrambi i profili di Venere, non conferisse all’atmosfera assillante dell’horror spurio, imperniato sull’atroce egemonia del cupio dissolvi sull’amor vitae, il valore aggiunto della naturalezza oggettiva. Incentrata sulla riabilitazione neurologica sancita dalla sospensione dello strazio. Impreziosita dalla solerzia di convertire i valori figurativi dai timbri sennò solo estetizzanti in saldi ed empatici valori introspettivi.

A dispetto delle idee prese in prestito sulla falsariga dei nani sulle spalle dei giganti ora da Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, con gli impianti petrolchimici della fabbrica che al pari del cantiere supervisionato dall’intristita Maddalena risucchia nell’alienazione dell’impietoso paesaggio industriale la spontaneità di tratto legata all’accigliato ritratto di donna, ora da The Hours di Stephen Daldry, scandito dall’esplorazione del vuoto interiore attraverso i secoli di tre vibranti ed emblematici esponenti del gentil sesso, sino ad arrivare a Riparare i viventi di Katell Quillévéré. Richiamato alla mente dalla storia ivi connessa. Analoga per certi versi, incluso il pendio della dea bendata, a quella dell’operazione svolta in seguito alla donazione degli organi. I siparietti domestici della coppia borghese, oppressa dal diktat del destino che gli impedisce di procreare secondo l’ordine naturale delle cose, grazie anche alla fulgida ed erudita fotografia svelta ad approfondire i simboli ingannevoli dell’utopico benessere, colgono appieno la mutevolezza di Maddalena in relazione alla fermezza dell’alacre marito. Le modulazioni psicologhe portate ad effetto mediante l’excursus di Nunzia, alla quale vengono concessi dieci giorni per stare con Margherita prima di dirle addio, cedono spazio ad alcuni momenti di eccezionale sensibilità. Nei quali il cuore prevale nettamente sul cervello. Lungo un arco narrativo che sfiora il surrealismo. Col rischio di tralignare l’affettuosa ironia conforme ai romanzi d’appendice rintracciabile nel contatto pelle a pelle dell’eterea poppante e della palpitante mamma in un viaggio troppo programmatico tra intransigente realtà ed epidermica chimera per mezzo di quegli elementi spirituali – legno (crescita), fuoco (passione), terra (stabilità), metallo (chiarezza) e acqua (calma) – lontani anni luce dai simboli materiali.

A impedire che l’enfasi di maniera dei film a tesi sciupi l’arpeggio di note esistenziali così sentite, dalla vieta desolazione al telaio di corde ottiche tirate allo spasimo, con la voluttà di mirare al sodo soppiantata dall’istinto di mettere troppa carne al fuoco, provvede la forza significante del brano musicale Te lo leggo negli occhi composto da Sergio Endrigo e Sergio Bardotti. Che nella palingenesi della melodia intradiegetica divenuta extradiegetica in zona Cesarini, intonata dall’abile cantautrice Tecla Insolia, piuttosto incisiva pure come attrice nel ruolo della sofferta madre biologica a un tiro di schioppo dal commiato definitivo, chiude il cerchio rendendo onore all’accezione degli eloquenti silenzi per cui, Celentano docet, l’emozione non ha voce. Stefano Accorsi impersona con un’apprezzabile precisione di sfumature rivelanti ed empiti lancinanti di sdegno il capofamiglia desideroso d’un bebè. Seppur estraneo allo speme del capostipite caro a Foscolo. Miriam Leone conferisce, invece, un caldo rilievo alle ubbie, ai dubbi, all’altalena degli stati d’animo, all’epidermico sorriso culminante dinanzi all’egemonia dell’amor vitae sul cupio dissolvi riportata al centro del villaggio. La ripresa subacquea che cala il sipario di Amata, nonostante disperda l’estro genuino nell’ennesimo omaggio a L’Atalante di Jean Vigo, accende ugualmente la vena lirica riposta nell’ennesimo coacervo di cruccio, gioia, freni inibitori ed eclatanti slanci che consente all’affresco d’impegno civile di trascendere ogni sovrappiù moralistico innalzando nell’interazione tra habitat diversi ed esseri umani simili il capriccio della suggestione nel sacrosanto senno dell’incoraggiante condivisione.

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