Con Vieni con Me Amira debutta portando con sé un universo fatto di contaminazioni, introspezione e identità. Cantautrice di origini tunisine, ma milanese d’adozione, Amira si presenta con un singolo che fonde italiano e arabo, in un ideale crossover tra Tunisia e Italia, ballabilità pop e melodie arabeggianti, raccontando il suo viaggio personale attraverso un periodo difficile che l’ha costretta a guardarsi dentro e a ritrovare la propria rotta. Il brano, arrangiato e mixato da Roberto Gramegna presso il Real Sound Recording Studio, è un invito gentile e potente: imparare a sentirsi, prima di perdersi. Una pagina di vita, un racconto intimo ma universale, per un viaggio dove la cantautrice, con la sua curiosità per il mondo, ci invita ad esplorare quello che abbiamo dentro.
Amira, Vieni con Me è il tuo singolo d’esordio. Da dove nasce questo brano?
Nasce da un periodo davvero complicato della mia vita. Per ritrovare un po’ di equilibrio ho iniziato a scrivere un diario, ogni giorno. È stato un processo di auto-cura che mi ha aiutata a capire cosa stessi vivendo e, soprattutto, chi stessi diventando. Dopo tre anni e pagine piene, quelle parole sono diventate poesie. Da lì è arrivata la necessità di trasformarle in musica.
Nel brano convivono italiano e arabo. Quando hai capito che era necessario aprire questa porta sulla tua identità?
All’inizio l’ho scritta solo in italiano, ma sentivo che mancava qualcosa. L’ho messa da parte e ho iniziato a sperimentare: prima scrivevo in arabo, poi in francese, poi mescolavo le lingue. Un giorno ho capito che ciò che mancava era proprio l’arabo, perché è parte di me, delle mie origini e della mia storia. Una volta aggiunto il testo in arabo, la melodia è arrivata da sola, naturale.
È una canzone molto intima, eppure la musica è leggera, quasi da ballare. Una scelta precisa?
Sì, assolutamente. Il testo è profondo, parla di momenti difficili, ma la musica ha voluto alleggerirlo. È come se mi avesse detto: “Di questo dolore puoi parlare anche danzando”. Ho scelto di darle un’orecchiabilità che potesse avvicinare le persone e allo stesso tempo lasciare spazio a chi ci si riconosce.
Il testo invita a guardarsi dentro. È anche un messaggio per chi ti ascolterà?
Sì, completamente. Troppo spesso rincorriamo qualcosa o qualcuno e finiamo per dimenticarci di noi. Io stessa ci sono cascata. Vieni con Me è un invito a fermarsi, a entrare dentro di sé, perché lì ci sono tutte le risorse di cui abbiamo bisogno. I giorni bui, quelli in cui restiamo soli con noi stessi, possono diventare un’occasione per scoprire quanto di bello c’è ancora.
Il brano è uscito da qualche mese. Sei soddisfatta di quello che è arrivato al pubblico?
Sì, tantissimo. Non mi aspettavo così tanti riscontri positivi, soprattutto perché era la mia prima esperienza. Sapere che persone che non mi conoscono dedicano qualche minuto della loro vita ad ascoltarmi è un regalo enorme. È come se, attraverso la mia musica, ci connettessimo senza vederci.
Nei tuoi video e nei contenuti che condividi, anche sui social, la musica sembra essere un mezzo di dialogo, quasi un ponte tra culture. Era questo che volevi trasmettere?
Assolutamente sì! La musica è un mezzo potentissimo: arriva anche senza comprendere le parole. Ricordo le canzoni italiane famosissime in Tunisia: le persone le cantano pur non conoscendo il significato. La musica annulla le barriere culturali, la musica unisce. È una delle sue magie più grandi.
Cosa speri arrivi al pubblico con questo debutto?
Vorrei che chi ascolta si sentisse meno solo. Che riconoscesse in questo brano una possibilità di rinascita. E che potesse ballare, magari, proprio mentre si riconosce nelle parole. Io ho trovato la mia strada grazie alla musica. Se questa canzone può essere una piccola luce per qualcun altro, allora il viaggio è cominciato nel modo giusto.
Dici che il brano è un invito a guardarsi dentro: ma quanto è importante farlo oggi?
Oggi più che mai. Viviamo con il “pilota automatico”, tutto è frenetico, tutto è veloce. Guardarsi dentro significa fermarsi, ascoltarsi, chiedersi come stiamo davvero. È un atto di cura necessario, soprattutto in un’epoca come questa.
