Una storia feroce e tenera sul post partum

Anagramma di Madre arriva in scena con una forza rara, scegliendo di raccontare uno dei territori più delicati e meno rappresentati del vissuto contemporaneo: il post partum. Lo spettacolo, scritto da Betta Cianchini, con Antonio Guerriero e Luana Pantaleo e la regia di Giuseppe Miale di Mauro, debutterà dal 10 al 12 aprile al Teatro San Carluccio di Napoli, per poi approdare il 17 aprile al Teatro San Luca di Pozzuoli e il 18 e 19 aprile al Theatron di Portici. Un percorso teatrale che si annuncia intenso, capace di fondere dolore, ironia e verità in un unico atto scenico.

Al centro della drammaturgia c’è il “dopo” che segue la nascita di una figlia. Non il momento idealizzato, fotografato e celebrato, ma quello più intimo e disordinato, fatto di notti insonni, paura di non essere abbastanza, stanchezza fisica e mentale, slanci d’amore assoluto e improvvise fratture interiori. Anagramma di Madre sceglie di non raccontare questa esperienza da un solo lato, ma di attraversarla da entrambi i punti di vista genitoriali. È proprio qui che lo spettacolo trova la sua voce più originale: nel mettere in dialogo la fragilità della madre e lo spaesamento del padre, restituendo al pubblico un’esperienza comune ma profondamente diversa nella percezione e nell’impatto emotivo.

La scrittura di Betta Cianchini si nutre anche di un lavoro di ascolto autentico: 563 donne neo-mamme hanno contribuito, con il loro vissuto, alla costruzione di una materia scenica che si fa confessione collettiva. Il risultato è un testo crudo ma attraversato da una forte vena ironica, capace di trasformare il dolore in linguaggio teatrale senza mai tradirne la complessità. In scena, Antonio Guerriero e Luana Pantaleo danno corpo a un rapporto che cambia, si incrina, si ricostruisce e si interroga. La regia di Giuseppe Miale di Mauro accompagna questo viaggio con lucidità e sensibilità, scegliendo una messa in scena essenziale ma profondamente umana. Ne emerge uno spettacolo che non cerca scorciatoie emotive, ma la verità di ciò che resta quando tutto cambia.

Un atto unico che trasforma l’intimità in teatro

La forza di Anagramma di Madre sta nel suo sguardo netto e nella sua capacità di stare dentro la fragilità senza trasformarla in vittimismo. La materia trattata è scomoda, a tratti spigolosa, ma proprio per questo necessaria. Giuseppe Miale di Mauro costruisce una regia che non protegge i personaggi né lo spettatore, lasciando che la scena diventi uno spazio aperto, vivo, attraversato da parole che non cercano complicità facile ma riconoscimento autentico. I protagonisti non vivono soltanto la loro storia: la osservano, la commentano, la attraversano come se ne prendessero coscienza un passo alla volta, trasformando la rappresentazione in un continuo dialogo tra esperienza e racconto.

Nella prima parte, lo spettacolo sembra quasi inseguire i toni di una favola d’amore improvvisa, rapida, travolgente. C’è il tempo delle promesse, dell’entusiasmo, dell’idea che la felicità sia lineare e naturale. Poi qualcosa si incrina. L’arrivo della figlia non coincide con una perfezione luminosa, ma apre un varco più complesso, più oscuro, più reale. La favola si trasforma in una traversata fatta di insonnia, inadeguatezza, smarrimento e paura. Eppure Anagramma di Madre non è mai uno spettacolo disperato. La sua grande qualità è proprio quella di saper restare in equilibrio tra ferita e ironia, tra crollo e desiderio ostinato di continuare.

Antonio Guerriero restituisce al personaggio maschile una delicatezza mai caricata, lontana da stereotipi e costruzioni facili. Luana Pantaleo, con una presenza scenica intensa e vibrante, dà alla protagonista una verità emotiva che resta addosso. Insieme costruiscono una relazione scenica fatta di tensione, amore e disorientamento. Anagramma di Madre è uno spettacolo che parla ai genitori, a chi si prepara a diventarlo e a chi, più semplicemente, sa riconoscere il momento in cui la vita costringe a cambiare forma. È un lavoro che lascia aperta una possibilità: non quella di una felicità perfetta, ma quella di una resistenza fragile e ostinata. E proprio per questo profondamente vera.

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