Si può catturare il talento, la versatilità, l’anima di un musicista come Mauro Pagani in un’ora e mezza di documentario? Sì, a patto di riscriverne la struttura per far spazio al sentimento e alla libertà intrinseca dell’uomo al centro della sua musica.

È quello che ha fatto Cristiana Mainardi con il suo Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco: poetico, delicato, coinvolgente, intenso, il film riflette l’anima buona del musicista, colpito qualche anno fa da un grave problema neurologico che gli ha fatto perdere temporaneamente la memoria.

Un viaggio nella storia del prog italiano, del cantautorato, delle collaborazioni, delle esplorazioni musicali, uno sguardo discreto nell’esistenza dell’uomo che ha attraversato la vita con levità e intensità al tempo stesso. Attraverso la voce di Pagani e i racconti di chi lo conosce, incorniciati da stralci di una musica che ha segnato il tempo, la Mainardi intesse la storia del musicista senza soluzione di continuità, come un flusso di pensieri che scorrono sullo schermo interpretati volta per volta da una voce diversa. Non ci sono didascalie ad indicare a chi appartiene quella voce nota, a quale artista, perchè ognuna di esse è una sfaccettatura dell’uomo Pagani, una parte della sua storia musicale, delle sue collaborazioni e della sua stessa vita. Dalle parole colme di affetto di Giuliano Sangiorgi e Manuel Agnelli alle curiosità raccontate da Marco Mengoni, dalla profondità del suo cuore narrate da Arisa e Mahmood alle voci di Ligabue, Dori Ghezzi, Badara Seck e della compianta Ornella Vanoni, sino al racconto più personale fatto da Silvia Posa, figura chiave dell’opera della Mainardi, che, con il suo punto di vista unico, autentico e diretto su Pagani, dà una visione intima e profonda alla narrazione della regista.

Nato a Chiari, nel bresciano, nel 1946, Mauro Pagani è figlio del flautista della banda del paese; inizia così, su consiglio del padre, prima con il violino, poi con il flauto, il proprio percorso musicale, destinato ad ampliarsi nel tempo grazie al suo talento impossibile da circoscrivere e alla sua curiosità innata. Bambino solitario, quasi segregato in casa a conseguenza di uno strano incontro su un traghetto che predisse per il giovane una vita senza mezzi termini nel bene o nel male, trova nella musica la sua via di fuga verso il mondo, dagli inizi con la Forneria Marconi, il gruppo che prese il nome dalla forneria dei genitori di uno dei componenti, Chicco Marconi, e che divenne poi la Premiata Forneria Marconi, all’incontro storico con Fabrizio De Andrè, con cui collaborò per anni in un sodalizio di anime prima ancora che musicale, il cui punto più alto resta la realizzazione a quattro mani del capolavoro Creuza De Mä. Dalla libertà intellettuale degli anni Settanta al presente, Pagani, dopo una vita divisa tra il “Mauro buono” ed il “Mauro fuggiasco”, trova infine il suo equilibrio nella fondazione del proprio studio musicale sui Navigli, a Milano, alla fine degli anni Novanta. Le Officine Meccaniche, che sono state un tempo – e sono ancora oggi – un punto d’incontro di artisti e vera fucina di creatività, dove la musica è condivisione e mestiere.

Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco è il titolo perfetto per descrivere la traiettoria umana e artistica di Pagani, che ancora oggi, ad ottant’anni, “vivo per caso”, mantiene intatto l’entusiasmo e lo sguardo del bambino che scoprì la musica con gli occhi del padre. Un’anima irrequieta diremmo oggi, per una vita che è un viaggio continuo, senza mete fisse, dove la libertà interiore è il fulcro del suo essere come del suo estro e delle sue collaborazioni artistiche. Ancora oggi, quando al tramonto della vita ci si ritrova a fare un bilancio, Pagani vive nel presente e nel futuro, continuando a lavorare nel suo studio, accogliendo artisti di ogni età, perchè la musica attraversa le generazioni, si evolve continuamente senza mai perdere la propria armonia. E la grandezza di Mauro Pagani è anche in questo: nel saper ascoltare senza occupare tutto lo spazio, elegantemente discreto in un mondo dominato ormai dall’apparire ad ogni costo. L’ascolto, la misura, la serenità di chi vive la musica con semplicità, il saper entrare in contatto con l’unicità di ogni artista che ha varcato la soglia del suo studio o della sua vita, rappresentano la visione di condivisione che ha permesso a Mauro Pagani di costruire armonie sul pentagramma e nel quotidiano. Mentre Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco si conclude, visivamente poetico, con uno splendido tramonto sul mare, la sua musica aleggia ancora all’uscita dalla sala, nell’aria e nei cuori.

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