Con “Quel che resta di un’isola”, Anita Bozzo costruisce una storia delicata ma mai fragile, fatta di rapporti che cambiano con il tempo e ricordi che continuano a tornare. Abbiamo parlato con lei di scrittura, emozioni trattenute, infanzia e del modo in cui certi legami riescono a sopravvivere anche alle distanze.

Nel libro si percepisce continuamente la sensazione che alcuni rapporti non finiscano davvero, ma cambino forma. Quando hai capito che questa storia doveva diventare un romanzo?
All’inizio non lo sapevo. Avevo soltanto immagini, ricordi e una nostalgia che continuava a tornare. Più cercavo di metterli in ordine, più mi rendevo conto che non stavo raccontando una vacanza o un luogo, ma il modo in cui alcuni legami continuano ad abitare dentro di noi anche quando sembrano conclusi. A un certo punto ho capito che quella storia aveva bisogno di spazio, di tempo e di silenzi: non sarebbe potuta stare in un racconto. È stato allora che è diventata un romanzo.
C’è una frase molto forte nel libro: “I lupi non ululeranno mai più”. Sembra quasi il momento in cui l’infanzia si rompe definitivamente. Ti sei resa conto subito del peso simbolico di immagini come questa?
In parte sì, anche se credo che i simboli più autentici nascano in modo spontaneo. Quella frase è arrivata quasi da sola, ma mentre scrivevo ho capito che racchiudeva qualcosa di molto più grande: il momento in cui ci accorgiamo che il mondo non sarà mai più quello che avevamo immaginato da bambini. È la scoperta che alcune magie finiscono e che, una volta cresciuti, non possiamo più tornare a guardare le cose con gli stessi occhi. Credo che quel passaggio riguardi tutti, anche se ognuno lo vive in modo diverso.
Una cosa che colpisce è che il romanzo rifiuta volutamente i grandi colpi di scena. A tratti ho avuto quasi la sensazione che alcune parti rallentassero apposta per restare dentro alle emozioni. È stata una scelta precisa?
Sì, molto precisa. Ho sempre pensato che la vita raramente cambi per un unico evento clamoroso. Più spesso ci trasforma lentamente, attraverso piccole assenze, parole non dette, gesti che sembrano insignificanti e che invece ci modificano senza far rumore. Volevo che anche il ritmo del romanzo seguisse questa idea. Mi interessava che il lettore abitasse le emozioni dei personaggi invece di inseguire continuamente un colpo di scena. È una scrittura che chiede pazienza, ma spero che in cambio riesca a lasciare qualcosa di duraturo.
Tra teatro, televisione e scrittura narrativa, senti che oggi la letteratura abbia ancora il potere di creare legami profondi con chi legge?
Assolutamente sì. Ogni linguaggio ha una forza diversa: il teatro vive nell’incontro, la televisione raggiunge moltissime persone nello stesso momento, mentre la letteratura compie qualcosa di molto intimo. Un libro entra nella vita di qualcuno in un tempo tutto suo e crea un dialogo silenzioso tra chi scrive e chi legge. È un legame che può durare anni. Se anche una sola persona, chiudendo il mio romanzo, si sentirà un po’ meno sola o ritroverà un ricordo che aveva dimenticato, allora avrò raggiunto il mio obiettivo.