Una base scientifica in Antartide, un piccolo gruppo di ricercatori italiani che insieme mantengono in vita la scintilla della curiosità umana: questo è Antartica – Quasi una fiaba, film che segna l’esordio dietro alla macchina da presa per Lucia Calamaro.
Maria Medri alias Barbara Ronchi è una scienziata brillante unitasi da poco al gruppo di ricercatori italiani d’istanza in Antartide. Se il suo curriculum professionale si distingue per genio e determinazione, altrettanto non si può dire per il carattere.

Spigolosa, e particolarmente asociale, entra in conflitto soprattutto con il capo della missione, Fulvio Cadorna, che ha le fattezze di Silvio Orlando. Viene alla luce un passato che li unisce e una peculiare stima da parte dell’anziano leader per Maria. Il contrasto che li vede al centro della scena si staglia su più punti, da quello scientifico a quello affettivo, svelando tra le altre cose che fu proprio Cardona il mentore professionale della donna. Nove tecnici di laboratorio nella base Sidera, nel bel mezzo dell’Antartico, ognuno con i propri carichi nervosi, nevrosi e storie complicate alle spalle. L’arrivo della nuova criogenista e glaciologa Maria Medri andrà a insidiare il precario equilibrio che si era creato tra essi. Il rapporto migliore lo avrà con un’altra ricercatrice: Rita, portata in scena da Valentina Bellè. Se Antartica – Quasi una fiaba poteva avere delle carte in regola per ambientazione e conflittualità tra colleghi, scoprendo soprattutto i risvolti di un legame che unisce e al contempo divide Maria e Fulvio, lascia sullo sfondo troppi personaggi di cui si conosce ben poco. I non detti tra lei e il suo mentore potevano avere del potenziale nella sceneggiatura scritta della stessa Lucia Calamaro insieme a Marco Pettenello, ma questi si rivelano sterili, poiché non vi è alcun mistero da svelare, ma, anzi, si registra una tangibile fragilità di fondo.

Non si comprende bene in che direzione punti il film, se raccontare una storia importante condensando in essa gli elementi più affascinanti che una ricerca in un posto così suggestivo potrebbe evocare o mettere in evidenza i rapporti umani in condizioni estreme. I presupposti c’erano, ma fallisce purtroppo su tutto, in quanto ogni cosa è affrontata in modo confuso e inconcludente. Il titolo anche è fuorviante, poiché Antartica – Quasi una fiaba promette un’atmosfera sospesa che poteva sfociare in una dimensione onirica e dai risvolti misteriosi legati alla ricerca e alle scoperte scientifiche più rivoluzionarie. L’unica cosa che emerge è la tematica inerente alla scarsità di fondi che lo Stato italiano mette a disposizione della scienza. Il tema politico è molto terreno ed è l’unico elemento che forse sta a cuore alla regista in un film in cui da salvare non c’è nulla. Testimonianza ne è anche l’ennesima interpretazione di Silvio Orlando, qui nelle sue cronache dal ghiaccio – dove recita al solito monologhi intrisi di quell’umorismo agrodolce – e invettive ormai stantie. Tra gli attori, invece, si distingue con merito in Antartica – Quasi una fiaba Lorenzo Balducci, che dà almeno un senso al suo personaggio in un film che, viceversa, è orfano di una reale coesione narrativa.
