Anthony Phillips presenta Strings of light

Sta riscuotendo un grande interesse in rete il videoclip di Diamond meadows, uno dei pezzi di punta del nuovo cd di Anthony Phillips. Annunciato da Esoteric Antenna, Strings of light (2 cd più 1 dvd 5.1 Surround Sound mix) è un lavoro che la dice lunga sul talento e la creatività senza tempo del “maestro della chitarra a 12 corde”, qui espresse al meglio.

Tanti brani nati da “schizzi” di idee e composizioni originali, atmosfere evocative e uno standard interpretativo di altissimo livello, Strings of light arriva a sette anni di distanza dal precedente album dell’ex chitarrista e membro fondatore dei Genesis, intitolato Private parts & pieces XI: City of dreams. La musica eterea di Anthony, nonchè il suo apprezzato repertorio solista, anche negli ambiti più pop rock e prog rock, saranno protagonisti di due tribute shows in programma il prossimo 15 e 16 Novembre 2019 ai Trading Boundaries nel West Sussex (UK).

Il gruppo statunitense dei Rocking Horse Music Club, infatti, si esibirà dal vivo presentando i vari successi del musicista, esaltandone le qualità da tutti riconosciute. Abbiamo intervistato Anthony Phillips per farci raccontare qualcosa di più della sua più recente creatura discografica.

 

Anthony, Strings of light è un doppio cd ma non è poi lungo come ti aspetteresti e nulla è esagerato, tutto si ascolta con grande piacere…

Grazie per questa osservazione. Fin dall’inizio ho cercato di sottolineare il fatto che Strings of light in effetti è quasi un cd singolo, se avessi eliminato uno o due pezzi avrebbe potuto essere un unico cd. Non volevo farlo troppo lungo, all’inizio non pensavamo nemmeno ad un doppio cd, ma poi abbiamo continuato con questo formato, comunque ogni side dura 42-43 minuti, sono 85 minuti in tutto, davvero non è un granché lungo. Puoi ascoltare il primo cd durante il tea break e poi ascoltare l’altro cd. Strings of light io non lo penso come un doppio album. So che il pubblico quando sente che fai un cd doppio pensa subito che sarà lunghissimo e molto noioso e pesante, ma davvero questo non è il caso di Strings of light.

 

Nel press release di Strings of light si accenna al fatto che questo può essere considerato il tuo miglior album. Tu cosa cosa ne pensi?

Non ne ho minimamente idea. Si dice che più tempo passi a realizzare un’opera e meno riesci a giudicarla. Se ci lavori per sei o sette mesi e poi la ascolti trovi che ci sia sempre qualcosa che non ti soddisfa, che occorrerebbe avere più tempo per sistemare. Ho passato tanto tempo per realizzare questo cd perché mi sono dovuto esercitare duramente, fare in modo che la mia tecnica non avesse sbavature. Quando ho finito non ho suonato la chitarra per tre mesi, non volevo nemmeno avvicinarmi ad una chitarra tanto era il lavoro che avevo fatto. Adesso non posso giudicarlo. Certo, è chiaro che Strings of light non può essere paragonato ad altri miei lavori, tipo a The geese and the ghost o a Slow dance per esempio, non puoi dire che questo è più o meno bello degli altri, perché sono dischi completamente differenti. Insomma, sebbene io non sia bravo a dare giudizi, spero in ogni caso che di alcune parti di chitarra nel cd siano le migliori che io abbia mai realizzato.

 

E poi, come si dice, il miglior album è quello che deve ancora venire…

Esatto, si’ mi piace questo concetto. Poi magari la prossima volta realizzerò un disco di canzoni latine…no, no sto scherzando!

 

Hai detto che ti sei esercitato tanto per suonare questi pezzi, invece, per curiosità, quanto tempo ci hai messo per scrivere, diciamo, una canzone?

Si tratta di un dato che varia, le più semplici le ho composte molto velocemente, è stata una faccenda di due o tre ore, poi abbiamo dovuto arrangiarle con tutte le loro figurazioni. In altri casi il percorso è stato abbastanza lungo, con tante sections per cercare di mettere tutti gli schizzi. Quando scrivi nuovi pezzi capita che un giorno li suoni e pensi che vadano bene, poi li senti il giorno dopo e decidi che, invece, potrebbero essere meglio, quindi li risuoni e continui a tenerti in ballo in questo modo anche per giorni, allora il tempo è variabile. Per scrivere altri pezzi ci sono volute anche un paio di settimane. Per l’ultimo brano in scaletta, Life story, ho impiegato almeno sei o nove mesi. Avevo quasi abbandonato l’idea di scriverlo, non riuscivo a farlo bene, non ero soddisfatto. Con pezzi lunghi come questo devi faticare per dargli una “forma”. Pensavo Life story non fosse in sintonia con le altre canzoni, così ho cercato di farla muovere, scorrere bene. D’altro canto, una canzone non deve essere troppo costruita. Insomma, è stata una mezza sfida, non pensavo che ce l’avrei fatta.

 

Susanna Marinelli