Frutto di un lungo percorso professionale, il libro di Annamaria Gallo rende accessibile un settore complesso come l’antiriciclaggio. Tra storie di filiale, procedure operative e aggiornamenti normativi, l’autrice mostra come competenza e intuito possano fare la differenza nella prevenzione dei reati finanziari.

Un caro saluto a te, Annamaria. “Antiriciclaggio? Detto, fatto!” è la summa delle tue conoscenze sul campo nella rete bancaria?

Ciao e grazie di avermi invitata.

Sì, posso dire che questo libro rappresenta davvero la sintesi di tutto quello che ho appreso, vissuto e sperimentato in oltre vent’anni nel settore bancario. È la distillazione di migliaia di casi pratici affrontati, di errori commessi e corretti, di situazioni complesse risolte grazie all’esperienza sul campo.

Ma non è solo una raccolta di nozioni tecniche – è soprattutto il frutto della comprensione profonda di come funziona davvero la rete bancaria, di quali sono le difficoltà quotidiane degli operatori, di dove nascono i dubbi più frequenti. Avendo ricoperto tutti i ruoli, dalla cassa alle funzioni di controllo, ho potuto vedere l’antiriciclaggio da ogni angolazione e questo mi ha permesso di scrivere un manuale che parla davvero il linguaggio di chi lavora in filiale.

Qual è il principio che non hai mai abbandonato lungo tutta la sua carriera?

Il principio fondamentale che mi ha sempre guidata è quello della “sostanza sulla forma”. In antiriciclaggio è facile perdersi nei formalismi, nelle procedure meccaniche, nelle check-list da spuntare. Ma io ho sempre creduto che dietro ogni operazione, ogni segnalazione, ogni controllo ci sia una logica precisa che va compresa e applicata.

Non mi sono mai accontentata del “si fa così perché lo dice la norma”. Ho sempre cercato di capire il “perché” di ogni regola, di spiegare ai colleghi il senso profondo delle procedure. Questo approccio mi ha permesso di non essere mai schiava delle regole, ma di usarle come strumenti intelligenti per raggiungere l’obiettivo vero: proteggere il sistema bancario e la società dai fenomeni criminali.

È un principio che ho trasmesso anche nel libro: prima si capisce la logica, poi si applicano le procedure.

Se potesse cambiare una sola cosa nel sistema attuale di prevenzione, quale sarebbe?

Cambierei l’approccio alla formazione. Attualmente troppo spesso la formazione in antiriciclaggio è vista come un adempimento burocratico: ore da completare, test da superare, certificazioni da ottenere. Ma così si creano operatori che sanno rispondere a un quiz ma non sanno riconoscere un’operazione sospetta nella realtà.

Vorrei un sistema formativo più pratico, basato su casi reali, su simulazioni operative, su un continuo aggiornamento che tenga conto dell’evoluzione dei fenomeni criminali. La formazione dovrebbe essere un processo continuo e coinvolgente, non un obbligo da assolvere.

Inoltre, cambierei l’approccio “punitivo” verso gli errori. Spesso i colleghi hanno paura di sbagliare e questo li paralizza. Invece gli errori, se analizzati e compresi, sono occasioni di apprendimento per tutti. Dovremmo creare una cultura dell’apprendimento continuo, non del timore costante.

Qual è stato il momento più difficile nella scrittura del libro? E il più gratificante?

Il momento più difficile è stato quando ho dovuto decidere cosa escludere. Dopo vent’anni di esperienza, avevo materiale per scrivere un’enciclopedia! Ma sapevo che dovevo creare uno strumento pratico, consultabile, non un mattone indigeribile. Ogni volta che eliminavo un argomento, un caso pratico, un approfondimento, mi dispiaceva perché sapevo che quella informazione poteva essere utile a qualcuno.

Ho passato settimane a limare, tagliare, riorganizzare i contenuti per trovare il giusto equilibrio tra completezza e usabilità. È stata la parte più faticosa ma anche più importante del lavoro.

Il momento più gratificante è arrivato quando ho ricevuto le prime recensioni dai colleghi che avevano letto il libro. Leggere che finalmente avevano trovato risposte chiare a dubbi che si portavano dietro da anni, che si sentivano più sicuri nel loro lavoro quotidiano, che il libro era diventato il loro punto di riferimento… quello è stato il momento in cui ho capito di aver centrato l’obiettivo.

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