Nel 1988 gli Anthrax cantavano “You’re antisocial”, in un pezzo, Antisocial, che ha fatto epoca. Lo stesso titolo lo riutilizza nel 2013 il regista Cody Calahan, portandolo però in un contesto piuttosto diverso da quello della famosa canzone. Nel film di cui parleremo oggi il tema è “Il Diavolo e la Possessione ai tempi dei social network”. Eh già, perché sono proprio questi i Social di cui si parla nel titolo, ed Anti-Social altri non è che la persona che, per una serie di ragioni sue, non frequenta il mondo dei social, o decide di venirne fuori. Questo, per farla breve, è il succo del film di cui ho deciso di parlarvi, il quale si apre con due ragazze sedute davanti allo schermo di un pc, contestualizzando subito la tipologia di pellicola che ci apprestiamo a guardare. Alla mente arrivano immagini di film che negli ultimi anni hanno utilizzato il mezzo informatico per farci paura, portandoci all’interno del dark web, ma anche come veicolo di entità sovrannaturali che un tempo uscivano dai televisori e adesso invece si sono modernizzate ed usano i computer e gli smartphone. Come non pensare subito al famoso e famigerato Megan is Missing di Mike Goi del 2011, che tanto scalpore fece a causa della campagna promozionale online che lo vendeva come una storia vera, ma anche ai meno scioccanti, ma altrettanto di successo, Unfriended di Levan Gabriadze del 2014 o Friend Request di Simon Verhoeven del 2016. Insomma, di film che usano l’informatica per portarci dentro l’Orrore ce ne sono ormai a bizzeffe, e questo non stupisce, visto che viviamo nell’Era di Internet. Ma Antisocial prende una strada diversa, più originale, se vogliamo, e si inerpica in un terreno che ci porta davvero a riflettere.

Protagonista della nostra storia è una studentessa universitaria, Sam, che nel giorno dell’ultimo dell’anno si trova a lezione di criminologia, e sta aspettando che la raggiunga il fidanzato Dan. Non vedendolo arrivare decide di contattarlo via chat sul social network più polare del momento, Redroom, e scopre che si trova a casa di amici e non ha nessuna intenzione di raggiungerla. Sam vorrebbe parlare con Dan, ma lui le propone un periodo di pausa, e detto questo la saluta. Un secondo dopo imposta il suo status da “impegnato” a “single”, comunicando a Sam attraverso il social che praticamente per lui la loro storia è finita. La ragazza, sopraffatta dal dolore e dalla rabbia, cancella il suo profilo di Redroom, diventando, così, un’Anti-Social. Dopo la lezione raggiunge il suo amico del cuore Mark ed altri tre amici che stanno organizzando in casa una festa di Capodanno, ma nessuno dei ragazzi immagina l’inferno che si scatenerà in tutto il mondo di lì a poco, a causa di un misterioso virus che si diffonde a velocità supersonica e sembra non avere nessuna cura.

Chi di voi si aspettasse un film sui virus apocalittici non resterà deluso perché, sebbene Antisocial non si possa definire solo questo, indubbiamente è anche questo. Da dove viene e come si trasmette questo virus letale che in poche ore si è diffuso in maniera capillare su tutto il pianeta? Ovviamente le ipotesi si sprecano, si pensa a tutto, persino agli zombie, persino al Diavolo. Eh sì, perché una scena del film parla dell’esorcismo come di un possibile rimedio al virus, strizzando l’occhio visibilmente al capolavoro del 2007, dei registi spagnoli Jaume Balaguerò e Paco Plaza, Rec, dove un virus micidiale colpisce i residenti di un palazzo nel centro storico di Barcellona, ed il tutto parrebbe legato agli esperimenti su una ragazzina indemoniata che era stata rinchiusa in uno degli appartamenti. Ma in Antisocial questa pista viene abbandonata subito, suggerita appena e poi dimenticata.
La tematica che si propone nel film è ben più antica di quanto sembri, e la troviamo già nei romanzi e racconti di Stephen King e nelle successive trasposizioni cinematografiche. Il Male, la Morte, vengono fuori da ciò che l’uomo ha inventato credendo di implementare il proprio benessere, e cioè la Tecnologia, i miracoli della Scienza e della Tecnica, che ad un certo punto iniziano ad andare avanti di vita propria e l’uomo non sa più come gestirli, venendone schiacciato, sopraffatto. In King c’è una forte critica sociale al consumismo americano, che non si ferma davanti a niente: penso ad esempio a romanzi quali Christine – La Macchina Infernale, o a racconti come Il Compressore, Camion, La falciatrice, Il Fotocane, quasi tutti trasformati in pellicole di grande successo dove le macchine, di qualsiasi tipo esse siano, decidono di ribellarsi ai loro creatori. In Antisocial a sfuggire completamente di mano all’uomo procacciatore di like e visualizzazioni non è tanto la macchina in sé, il pc o il tablet o il cellulare ultimo modello, ma piuttosto i programmi che vi sono stati inseriti all’interno. Redroom è un social network, e come tutti i suoi simili vive sul numero di iscritti e su quanto tempo questi iscritti vi trascorrono, condividendo foto, video, pensieri, rendendo, in una sola parola, pubblica, la sfera, tanto sacra un tempo, della vita privata. La povera Sam si accorgerà sulla sua pelle di quanto sia brutto che la tua vita sia alla mercè di tutti, rendendosi conto che tutti sanno già dopo pochi minuti che è stata lasciata dal fidanzato, ed a lei non rimane nemmeno il conforto di poter piangere il suo dolore nel suo intimo, che ormai non esiste più.

La critica di Antisocial è quindi bella chiara e strutturata e prende di mira chi (covid a parte) non riesce più ad avere dei rapporti interpersonali ma basa tutta la sua vita sull’apparire, sul mostrarsi attraverso i social, che, come le macchine di King, se usati bene sicuramente possono portare a grossi benefici, ma se usati indiscriminatamente, senza raziocinio, come se fossero il motivo stesso della vita, allora diventano un’arma potente, e causa di sciagure. E che queste arrivino tramite lo psicopatico di Megan is Missing o le presenze inquietanti di Unfriended, poco importa. Fatto sta che l’abuso da social network diventa nocivo come l’abuso di droghe, spersonalizza, e spesso brucia completamente la parte razionale di noi. Ecco quindi da dove arriva a Calahan l’idea di un virus che si attacca come un tumore al cervello, a quei cervelli che ormai non sanno più lavorare, sono deboli, e dunque inclini ad essere facilmente manipolati.
A tutti noi amanti dell’horror non sarà sfuggita l’assonanza tra il nome del Social incriminato, Redroom, e la scritta che il piccolo Danny traccia col rossetto sulla porta della sua camera in Shining di Stanley Kubrick, Redrum, che letta al contrario significa Omicidio, Morte. E qui la morte regna sovrana, attraverso un virus che rende folli come e addirittura di più del buon caro Jack Torrance, portando con sé allucinazioni, depressione, violenza e sangue a fiumi che esce dal naso e dalle orecchie. Insomma, internet, se non usato con cognizione di causa, abbrutisce, ci trasforma in zombie, in infetti, e la critica scivola più volte ad inglobare i temi purtroppo oggi molto attuali dei leoni da tastiera e del cosiddetto cyber-bullismo. Insomma, quello che all’apparenza si mostra come un teen movie molto leggero, a ben guardare non lo è, ma affronta tematiche a noi molto vicine e prova a sensibilizzarci a suo modo.

Certo, i limiti del basso budget e della produzione semi amatoriale, ahimè, si vedono tutti, a partire dalla scelta del cast, che è davvero allucinante. Gli attori, se si esclude Michelle Mylett che interpreta la protagonista, sono poco più che dilettanti allo sbaraglio, e chi più chi meno sono quasi sempre fuori luogo al punto da diventare imbarazzanti. I personaggi non sono minimamente caratterizzati, non c’è in loro alcuna ricerca di profondità, eccetto quello di Sam, e sono tutti costruiti seguendo i clichè classici del teen slasher: troviamo la bionda sexy e svampita che se la fa col ragazzo di colore, troviamo il tipo simpaticone e burlone che utilizza ogni occasione per fare battute, e il belloccio dal cuore d’oro che, ovviamente, è innamorato perso della final girl da tutta la vita, ma ha sempre e solo fatto l’amico; e poi c’è lei, Sam, la moretta più cazzuta di tutti, che, nonostante tutte le sfighe che le capitano, non si perde d’animo e va avanti fino ai limiti del possibile umano. Il doppiaggio italiano stavolta non aiuta, ed è inoltre quasi sempre fuori sincrono, rendendo determinate scene davvero fastidiose, e i dialoghi sono spesso al limite dell’imbarazzante, sebbene probabilmente ben fotografino il livello medio dei ragazzini americani di quella fascia d’età… La maggior parte del film è girato all’interno dell’appartamento di Mark, se si toglie la scena iniziale nel bellissimo campus universitario in stile britannico, ma la fotografia piatta ed incolore e la regia poco varia non riescono a creare il senso claustrofobico che forse il regista aveva in mente, ma creano solo una certa monotonia che a volte contribuisce a far calare un pochino la palpebra. Stessa cosa si può dire delle scene più concitate: poche volte durante la visione del film si viene sopraffatti da una tensione palpabile, ma anzi è più facile che si scivoli nel ridicolo involontario, che certo non serve a creare empatia coi personaggi in questione, e che muoiano o vivano alla fine ben poco ci importa. La parte conclusiva cade poi in un baratro tale di irrealtà che, se siamo riusciti ad accettare per buono tutto quello che ci è stato propinato fino a quel momento, a quel punto non ci si fa più: caotica, con elementi inspiegabili ed inspiegati, si chiude però con una bella immagine di una fanciulla ricoperta di sangue e un’accetta in mano, che potrebbe esser stata fonte d’ispirazione per il finale del celebre film del 2019 Finchè Morte non ci separi, dove un’insanguinata sposa sedeva con un fucile in mano, all’alba, sulle scale della villa dove aveva trascorso la sua prima, movimentata, notte di nozze.

Un altro paio di spunti carini il film li offre, tipo il prologo che ci fa vedere le due ragazze davanti allo schermo ed un attimo dopo una delle due che macella barbaramente in diretta l’altra, mettendoci quindi già sull’avviso di ciò che sta per accadere, cosa di cui invece sono del tutto ignari i poveri protagonisti, il cui unico pensiero è preparare la festa di Capodanno più cool del momento. Carina è anche la raffigurazione delle persone contaminate dal virus, che mi hanno ricordato, più che gli zombie di romeriana memoria, gli infetti del gioiello di Danny Boyle del 2002 28 Giorni Dopo. Ed un’ultima parola voglio spenderla per la scena in cui vengono inquadrate le converse di Sam completamente ricoperte di sangue, che, da buona amante del cinema italiano, non potevano non ricordarmi quelle, altrettanto sanguinolente, indossate da Daniela Virgilio ne Il Bosco Fuori di Gabriele Albanesi del 2006!
Antisocial è un bel film? No. E’ un film da vedere: assolutamente sì. Per la sua critica violenta alla società dell’apparire e del mostrarsi, e perché se non si correrà ai ripari, presto o tardi, qualcosa andrà storto di sicuro.
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video e Apple TV, ed in dvd e blu-ray Midnight Factory.
https://www.imdb.com/it/title/tt2772092
