Di Paola La Montanara per MondoSpettacolo

Ha iniziato dal fondo del set, come comparsa, aspettando ore per pochi secondi di scena. Oggi recita al fianco di Sofia Loren, Michael Winterbottom e Fabrizio Maria Cortese. La sua è una storia di tenacia, umiltà e passione vera. Ecco l’intervista esclusiva ad Antonio Paolo Cisternino.

Qual è il primo set su cui hai messo piede? Che ruolo avevi e cosa ti ricordi di quel giorno?

Il mio primo set è stato qui in Puglia dove il mio ruolo era il contestatore in un cortometraggio basato su una storia che ancora oggi se ne parla: “La Xylella”. Ricordo le prime ore del mattino quando in meno di 10 minuti avevamo già girato 2/3 scene ed ero lì sempre pronto a rifarle.

Come campavi quando facevi solo comparse? Hai mai pensato “mollo tutto” mentre aspettavi 10 ore per una scena di 3 secondi?

Erano le mie prime armi, ma dopo quel piccolo cortometraggio fui chiamato sul set di “Free Liberi” diretto da Fabrizio Maria Cortese. Quindi ho iniziato il mio percorso artistico in modo spontaneo. Non ho mai pensato di abbandonare i set, anche se erano 10 ore o più per una scena di 3 secondi.

Cosa rubavi ai protagonisti stando lì di lato? C’è un trucco del mestiere che hai imparato guardando da fuori?

Più che rubare, capendo che erano le mie prime armi, prendevo e studiavo il protagonista e come arrivare a fare il protagonista e altri ruoli. Sì, ci sono trucchi del mestiere che ho imparato nel passare del tempo e che non sveleremo qui, ma magari su un prossimo set di un film.

Il “no” più brutto ricevuto da comparsa e il “sì” più inaspettato. Che ti hanno insegnato?

Non sono mai stato respinto. I miei “sì” più inaspettati sono stati al film americano “Shoshana” con la regia di Michael Winterbottom (con Harry Melling) e nel film “La vita davanti a sé” con la regia di Edoardo Ponti, che aveva come protagonista la diva del cinema italiano Sofia Loren.

Quando hai capito che da comparsa stavi diventando attore? C’è stata una scena, una battuta, uno sguardo di un regista che ha fatto click?

Il passaggio non è stato da comparsa ad attore, ma da presenza a verità. Quando ho iniziato a essere necessario nella scena, invece che solo visibile. Sì, c’è stato un momento. Non una grande scena, ma uno sguardo del regista che mi ha lasciato continuare senza interrompermi. In quel silenzio ho capito che mi stava dando fiducia. È stato lì che qualcosa è cambiato.

Chi è stata la prima persona a scommettere su di te? Un direttore casting, un regista, un collega?

Mio padre ed amici che capiscono il vero senso di fare un mestiere difficile come attore, ma anche altri mestieri che fanno parte del mondo dello spettacolo e che cercano sempre di darti fiducia in quello che fai.

La gavetta ti aiuta ora che lavori con registi famosi o a volte ti pesa? In che senso?

La gavetta mi sta aiutando molto perché ancora oggi mi dà disciplina e capacità di adattarmi anche alle situazioni più complesse. Allo stesso tempo, a volte può pesare perché ti porti dietro certi meccanismi o insicurezze, ma nel complesso è stata fondamentale per arrivare dove sono oggi.

C’è un’abitudine da comparsa che ti porti ancora sul set oggi? Arrivare 2 ore prima, non lamentarsi mai, ecc.

Una cosa che mi porto ancora dietro è arrivare sempre in anticipo e osservare molto quello che succede sul set. Anche da comparsa ho imparato quanto sia importante il rispetto dei tempi e del lavoro di tutti.

Com’è stato il primo ciak con un regista famoso? Ti sei sentito “arrivato” o terrorizzato?

È stata un’esperienza intensa, ma molto stimolante. Più che sentirmi “arrivato”, mi sono sentito motivato a dare il massimo e a crescere.

Cosa fanno di diverso i grandi registi rispetto a quelli con cui hai iniziato? Nel modo di dirigere, di trattare gli attori, di stare sul set.

Quello che mi ha colpito di più è l’energia che portano sul set. I registi con cui ho iniziato cercavano spesso di controllare tutto. I grandi registi invece danno una sensazione diversa: è come se sapessero esattamente dove stanno andando, e questo ti fa sentire al sicuro, anche nei momenti più caotici. Con gli attori cambia proprio il clima: non li dirigono dall’alto, ma entrano in relazione. Ti fanno sentire visto, capito.

Ti capita ancora di sentirti la “comparsa” sul set, anche se ora hai il nome sulla locandina? Come gestisci la sindrome dell’impostore?

All’inizio sì, capita. Ma ho imparato a fidarmi del percorso che mi ha portato fin qui. Se sono su quel set, è perché qualcuno ha visto qualcosa in me, e il mio compito è onorarlo lavorando al meglio.

La scena di cui oggi vai più fiero. Perché proprio quella?

Le scene di cui vado più fiero sono quella nel film “Shoshana” con la regia di Michael Winterbottom, perché è stato bello far parte di un film americano e che mi può dare anche una spinta in più verso il cinema americano in futuro, e l’altra nel film “Free Liberi” diretto da Fabrizio Maria Cortese, perché ho fatto parte di un film con un cast stellare.

Se potessi parlare al te stesso di 10 anni fa, fermo in fondo alla scena senza battute, cosa gli diresti?

Gli direi di essere più tranquillo ed emotivo, che non sei fuori strada e che devi solo attraversarla nel miglior dei modi.

Cosa rispondi oggi a un ragazzo che fa la comparsa e sogna di fare l’attore? 1 consiglio pratico e 1 che non darebbe nessuno.

Consiglio pratico: “Tratta il tuo sogno come un lavoro già da oggi: studia, allenati e crea ogni settimana, anche quando nessuno guarda. È la costanza che ti rende credibile prima ancora del talento.”
Consiglio che non ti darebbe nessuno: “Proteggi la tua sensibilità: non indurirti per i ‘no’. È proprio quella parte fragile che, un giorno, ti farà arrivare agli altri.”

Il successo ha cambiato il tuo modo di recitare o reciti ancora con la stessa fame di quando eri nessuno?

Il successo cambia tutto quello che c’è intorno: le aspettative, le opportunità, anche lo sguardo degli altri. Ma quando entro in scena o davanti alla macchina da presa, torno esattamente allo stesso punto di quando ho iniziato. La fame non è sparita, si è trasformata.

Prossimo sogno: Qual è il ruolo o il regista che, se ti chiamasse domani, ti farebbe sentire di nuovo come al primo giorno sul set?

La verità è che spero di non smettere mai di sentirmi come al primo giorno. Succede quando qualcosa mi tocca davvero. Poi sì, una chiamata da Matteo Rovere o da Gabriele Muccino o Tim Burton probabilmente mi farebbe molto emozionare… ma quella sensazione nasce soprattutto da dentro, dal modo in cui scegli di affrontare ogni storia.

https://www.instagram.com/antoniopaolocisterninofficial?igsh=cmRlZm5udHFnbGdn

Fonte: Intervista esclusiva per MondoSpettacolo

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