Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale

Sette poetesse contemporanee, che provengono dall’Egitto al Marocco, dalla Tunisia al Kuwait fino alla Palestina. Davide Borowski le incontra, le intervista, intesse con loro un dialogo e ne indaga l’opera poetica nella convinzione che solo le voci femminili esterne all’Occidente possano restituirci lo spirito letterario dei tempi. Amirah Al Wassif (Egitto), Ahlam Bsharat (Palestina), Dalila Hiaoui (Marocco), Mona Kareem (Kuwait), Nadra Mabrouk (Egitto), Imèn Moussa (Tunisia), Mouna Ouafik (Marocco).

Come è nata l’idea di raccogliere le voci di sette poetesse contemporanee dal mondo arabo? C’è stato un evento o un incontro che ti ha spinto a partire per questo viaggio?

Ovviamente i fatti di cui parlo al principio del libro, la scoperta del “caso” di Dareen Tatour e di come fosse stata imprigionata dalle autorità israeliane per aver scritto una poesia su YouTube. Quella vicenda mi ha suggestionato di là dal fatto puramente giudiziario, perché mi ha costretto a prendere sul serio una domanda che in Europa tendiamo a considerare retorica: una poesia può ancora fare paura? Può essere percepita come una minaccia reale? Da lì ho iniziato a leggere, a seguire piste, a fare connessioni. L’inizio del libro racconta proprio questo. Questo percorso si è accompagnato a una presa di coscienza. Mi accorgevo che quando in Italia si parlava di mondo arabo si finiva quasi sempre negli stessi corridoi: geopolitica, terrorismo, religione, veli, guerra, petrolio, esotismo da cartolina o senso di colpa occidentale. Avevo voglia di produrre un racconto dei fatti che facesse emergere la poesia, la bellezza, l’orrore, le contraddizioni. Ovviamente non si trattava di scoprire l’acqua calda. Chi si occupasse di temi legati alla cultura araba seriamente e con rigore c’era già, mi interessava coprire uno spazio un po’ diverso. Non ero interessato a produrre un saggio di geopolitica né mettermi a fare il critico letterario, mestiere che non è il mio e per il quale non ho le competenze. Mi interessava raccontare storie. Narrare cosa succede quando la Storia entra nelle case, nella vita familiare e di relazione, nei corpi e perfino nelle scelte linguistiche di chi scrive poesie. Perché nel mondo arabo, se scrivi e sei donna, l’appuntamento con la Storia è un po’ come quello con la nera signora a Samarcanda nella canzone di Vecchioni: puoi fare un po’ quel che ti pare, correre o star ferma, il momento arriva e non c’è modo di evitarlo. Quando ho cominciato a incontrare queste poetesse, a leggere i loro versi, a parlarci, e ho capito che lì c’era una letteratura capace di tenere insieme tante cose: il corpo e la famiglia, la Storia con la S maiuscola e quella con la minuscola. Ma anche l’esilio e il desiderio di restare, la rabbia e l’ironia. Diciamo che ho trovato molte più contraddizioni di quante fossi andato a cercare.

Il libro si presenta come un’opera di “storia orale”: perché hai scelto proprio questo metodo narrativo per raccontare le loro vite e poesie?

Perché la storia orale conserva ciò che la scrittura saggistica, per sua stessa natura orientata alla chiarezza e alla levigatezza, finisce immancabilmente per perdere: l’esitazione, la divagazione, la crepa, il dettaglio inutile che poi inutile non è mai. Avevo davanti agli occhi esempi come Please Kill Me di Legs McNeil e Gillian McCain, oppure L’ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli. Libri molto diversi tra loro: epperò accomunati dalla fiducia nel fatto che le persone, quando parlano, raccontano sempre più di quanto credano, e soprattutto raccontano cose che non sarebbero emerse altrimenti. Una poetessa magari sta spiegando una scelta stilistica e improvvisamente finisce a parlare di una nonna, di una frontiera attraversata da bambina, di una lite familiare. Mi piace questo continuo divagare, potrei perfino dire che mi ipnotizza. Non è escluso che, da scrittore, io finisca per tentare di riprodurlo nella scrittura di fiction. 

Qual è stato l’incontro che ti ha colpito di più durante la ricerca e l’interrogazione con queste poetesse?

È difficile sceglierne uno, se mi metto a pensarci. Dando una risposta di pancia, direi il racconto che Nabil Haddad fa della sua esperienza di giornalista locale, raccontando come subito prima del massacro di Sabra e Shatila ci fossero segnali evidenti e multipli che qualcosa stava per succedere, ma nessuno fosse riuscito a collegare i puntini per comporre il disegno. Ma come te ne dico uno, mi sembra di far torto a qualche altra storia: ad esempio quella del fratello di Ahlam Bsharat, morto in ospedale senza che i suoi cari abbiano potuto assisterlo, perché le autorità israeliane avevano deciso così. O l’assurdo viaggio che Mona Kareem ha dovuto fare dagli USA a Tblisi in Georgia per stare un po’ con la sua famiglia. Mi fermo qui, davvero si tratta di un libro pieno di momenti forti e di episodi assai intensi: non dovrei dirlo, visto che l’ho scritto io, ma chissenefrega.

Scrivi che “solo le voci femminili esterne all’Occidente possono restituirci lo spirito letterario dei tempi”: cosa intendi esattamente con questa affermazione?

Non intendo certo dire che le scrittrici occidentali, o gli scrittori occidentali, non siano bravi a scrivere! Parlo di una cosa completamente diversa. Ciò che voglio dire è che una porzione consistente della letteratura occidentale ha perso l’abitudine a maneggiare parole grandi senza imbarazzo: guerra, frontiera, crisi, censura, appartenenza, religione, esilio… Spesso le trattiamo come categorie teoriche, come temi da convegno, oppure come assoluti collocati nell’iperuranio. O, ancora, come cose che succedono agli altri. Viviamo da molti decenni in una condizione di relativa stabilità e questo, inevitabilmente, modifica anche il nostro modo di raccontare il mondo. Le poetesse di cui parlo nel libro, invece, vivono dentro sistemi assai instabili. Nel loro mondo, nei loro mondi la modernizzazione, la memoria coloniale, i vincoli familiari, la religione, la diaspora, il capitalismo globale e la vita intima non stanno separati: si urtano, e le urtano, in continuazione. Agire politicamente, o anche solo fare una scelta controcorrente, per loro ha conseguenze concrete. Per questo la loro poesia brucia a una temperatura altissima. Racconta contraddizioni che riguardano anche noi, solo che da noi spesso sono diventate più opache, più educate, più difficili da nominare. Tra l’altro viviamo in un’epoca sempre più instabile, e quindi queste autrici possono aiutarci a trovare le parole per raccontare il tempo che sta arrivando. 

Il titolo Arabo è donna è molto forte: perché hai scelto di identificare l’arabo con il femminile?

Perché volevo rovesciare un automatismo. Nell’immaginario occidentale l’arabo è spesso pensato al maschile: il padre, il guerriero, il religioso, il terrorista, il patriarca, il mercante, il migrante. Tutti conosciamo Saddam Hussein, Osama bin Laden, Gheddafi. Quanti sanno menzionare una donna araba che non sia Rania di Giordania? Quanti sanno anche solo chi è Zaha Hadid, che come archistar dovrebbe quantomeno godere di uno status di prestigio internazionale? Una minoranza colta e iper-alfabetizzata. La donna araba esiste quasi sempre solo come figurina da raccontare in qualità di oggetto di oppressione. Ho pensato semplicemente: “Proviamo a spostare il centro. Proviamo a guardare questa lingua, questa cultura, questa costellazione di nazioni e biografie attraverso donne che scrivono, ricordano, traducono, desiderano, contestano, sbagliano, fuggono, restano”. Arabo è donna non significa che il mondo arabo sia riducibile al femminile: anzi, le due citazioni in esergo, e forse specialmente quella di Joumana Haddad, ci dicono che essere una scrittrice nel mondo arabo implica delle difficoltà che da noi non ci sono, o ci sono in maniera molto più sfumata e meno incombente. Arabo è donna significa che, nel mio libro, il punto di osservazione privilegiato è quello delle poetesse. Sono loro a guidare il lettore dentro il mondo arabo contemporaneo. La loro parte non è quella di testimoni eccezionali né di vittime da compatire: sono, semplicemente, scrittrici. Mi interessava che il lettore incontrasse prima la loro voce, le loro esperienze, le loro storie, e solo dopo le categorie attraverso cui siamo abituati a interpretarle.

A chi consigli questo libro?

Lo consiglierei a chi non cerca un libro rassicurante sul mondo arabo. A chi non vuole confermare quello che già pensa, né in senso progressista né in senso reazionario. Lo consiglierei a chi ama la poesia quando non è semplicemente una collezione di belle frasi, o un discorso più o meno astratto sostenuto da una musicalità interna. Lo suggerisco a chi crede che una biografia possa illuminare un verso e che un verso possa ferire un regime. Lo consiglierei ai lettori curiosi, agli insegnanti, agli studenti; a chi si occupa di Mediterraneo, migrazione, femminismi, traduzione, ma anche a chi non sa niente di tutto questo e vuole semplicemente attraversare sette vite di persone che scrivono cose meritevoli di essere lette.

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