
Gabriella Vergari, nei venticinque racconti che compongono Deviazioni fuori Asse (Scatole Parlanti), allestisce un vero e proprio inventario dell’imprevisto e della sorpresa nel quotidiano. Filologa greco-latina, docente e autrice dal solido e colto retroterra umanistico, la Vergari possiede uno sguardo raffinato capace di cogliere il preciso istante in cui la superficie del quotidiano si incrina, rivelando come il disordine sia la dinamica più generativa dell’esistenza. I testi compresi nella silloge agiscono come diaframmi e soglie tra ciò che si conosce e ciò che potrebbe essere. Oggetti familiari, incontri fortuiti o disguidi minimi trascinano i personaggi fuori dal proprio asse abituale, costringendoli a un contatto ineludibile con la propria identità più autentica. Ogni elemento risulta essere catalizzatore di consapevolezza. Nel racconto eponimo Deviazioni fuori Asse, per esempio, un’apparente e grottesca asimmetria nel volto del marito Domenico mette in crisi l’intera architettura coniugale della protagonista; l’inclinazione prospettica degli oggetti e il senso di estraniamento visivo si risolvono poi con amara e sottile ironia nella scoperta di un banale scambio di lenti da parte dell’oculista. Allo stesso modo, ne L’errore, un refuso formale diventa l’inaspettato confine tra la disperazione e la restaurata armonia del creato. In Collezioni, l’ambizione enciclopedica di due musicofili si scontra con il potere ancestrale di un damaru tibetano, strumento costruito con le calotte craniche di due gemelli, che scatena un incontrollabile e cacofonico tsunami sonoro sedabile solo ricoprendo il pezzo di un velo di silenzio e rispetto. Con grande versatilità di registro, la narrazione sa muoversi tra la dimensione tragico-quotidiana e il divertimento intellettuale, come testimoniano la rilettura surreale dell’imperatore Nerone e Poppea assediati dalla propaganda avversa o la parabola di Certezze, in cui un moderno regista televisivo tenta vanamente di gabbare Socrate la sua maieutica per ragioni di share. La prosa di Gabriella Vergari si distingue per una fattura d’altri tempi, un’architettura verbale in cui la scelta dei vocaboli e la cadenza sintattica rivelano studi di altissimo livello. L’autrice alterna sapientemente la forma classica del racconto a quella brevissima e fulminea del drabble o della prosa lirica. Il ritmo impresso all’opera non è mai casuale e il continuo bilanciamento tra distensione narrativa e scatto aforistico restituisce l’ondivago fluire della vita. Come nota anche Plinio Perilli nella sua introduzione al volume, la Vergari si muove con padronanza in questo purgatorio variegato di destini, dimostrando che la scrittura ha ancora il potere di interrogare, comprendere e salvare.
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